«Otto stranieri in azzurro? Inaccettabile»

Dei quindici giocatori di rugby con la maglia azzurra che oggi pomeriggio scenderanno in campo a Dublino contro l’Irlanda, otto sono stranieri. Alcuni frettolosamente naturalizzati, altri omologati in qualche modo. In ogni caso, un record che fa sorgere qualche dubbio sulla effettiva italianità di questa Italia, e induce a diagnosi non rosee sullo stato di salute del vivaio nazionale della palla ovale.
Massimo Giovanelli, lei era nell’Italia che 5 febbraio 2000 esordì nel Sei Nazioni sconfiggendo la Scozia. Allora di stranieri con la maglia azzurra ce n’erano due, oggi sono otto. Non sono troppi?
«Sono più della metà della squadra, e questo è un dato di fatto che fa una certa impressione. E la cosa diventa ancora più inaccettabile se si guarda al livello degli stranieri ammessi a vestire la maglia azzurra. Quel giorno del 2000, avevamo in campo con noi Diego Dominguez e Christian Stoica, che erano giocatori di un valore incomparabilmente superiore a qualunque altra soluzione. Oggi non voglio credere che il vivaio italiano non sappia offrire giocatori validi quanto e più di alcuni dei convocati per la partita con l’Irlanda».
Per esempio?
«Sicuramente ci sono tre-quarti centro italiani più forti di Gonzalo Garcia. E ancora più sicuramente ci sono terze linee italiane più forti di Josh Sole. In quel ruolo l’Italia ha sempre saputo esprimere giocatori fortissimi, adesso ci dicono che dobbiamo andarli a reclutare all’estero. Mah...».
I vertici della federazione garantiscono che ormai anche questi otto si sentono italiani a tutti gli effetti.
«Io non riesco a credere che quando uno nato e cresciuto a ventimila chilometri da qui si infila la maglia azzurra e sente l’inno di Mameli trovi le stesse motivazioni che provavo io».
Come si spiega questa deriva?
«Dietro c’è l’incrocio di due elementi devastanti. Il primo è l’incapacità di programmare, che è inevitabile in una Nazionale che in dieci anni ha cambiato quattro allenatori. Prendiamo il caso Dominguez. Oggi Diego ha 44 anni, il che significa che il problema della sua successione si doveva affrontarlo quattordici anni fa, quando compì trent’anni e entrò - fisiologicamente parlando - nella fase discendente della carriera. Si sarebbero dovuti individuare dieci ragazzi su cui investire, e oggi avremmo una scuola italiana di mediani d’apertura. Invece non è stato fatto niente».
E la seconda causa?
«Questa Italia ha dovuto aspettare quattordici partite prima di vincerne una, la conseguenza è che tecnici e dirigenti hanno una fretta maledetta di fare risultato, e pensano che questa sia la scorciatoia migliore. La verità è che dopo i fasti degli anni Novanta è stato buttato via un decennio, e se non vogliamo che anche il prossimo decennio faccia la stessa fine dobbiamo cambiare registro. Serve lavorare molto sul rugby di base, e nel contempo su un gruppo ristretto di alto livello. Altrimenti resteremo sempre la Cenerentola del rugby europeo».