Otto voti: vince Romney. E la politica

In Iowa il primo test repubblicano per trovare l'anti Obama. Santorum sconfitto per un pugno di voti. Alle primarie il trionfo della passione sull’apatia. E la corsa continua

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto. Otto voti: l’America. Un Paese che si riprende se stesso: Mitt Romney vince su Rick Santorum le prime primarie repubblicane per ciuffo di schede. Il risultato vale, sì. Uno a zero, ne restano quarantanove. Però vale anche tutto il resto: i repubblicani sono tornati. Divisi, ma ci sono. Dipinti come ciò che la stampa liberal adora ritrarre: una variopinta e bifolca compagnia di politici poco chic che solleticano gli istinti più beceri dell’Americano medio. La stampa internazionale legge e copia: così si alimenta il mito della destra un po’ ignorante. Sarà. Sarà anche che questi candidati non sono un granché. I repubblicani hanno visto di meglio nella loro storia: non c’è un Reagan, per capirsi. Non c’è neanche un Bush. Ci sono questi: Romney, Santorum, poi gli altri, cioè Paul e Gingrich, basta. C’è il fantasma di un altro possibile candidato che arrivi a gara cominciata.

Obama è l’avversario di tutti, però, prima gli avversari sono tutti gli altri. La prima tappa è andata. Si conta, non si riconta: non c’è bisogno. Un vincitore e uno quasi vincitore. Congratulazioni e alla prossima. Romney il moderato, Santorum l’ultraconservatore. Una definizione per ognuno degli altri, perché tutti capiscano in fretta, perché tutti sappiano di chi si sta parlando. C’è bisogno di etichette anche per smentirle, a volte. Le primarie sceglieranno un candidato per tutti, anche invece ora sono ciascuno una piccola parte di tutti. C’è tempo, c’è la campagna. Tra sei giorni c’è già la prossima notte elettorale: New Hampshire. L’opposto dell’Iowa, l’opposto di molte altre cose. A ognuno la sua storia e a ognuno il suo destino. Stati e candidati. Sorrisi, flash, slogan, passione. L’America della politica è colpi bassi, lacrime ostentate, staff che possono distruggere la reputazione di chiunque, poi però è anche questo: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto. Un pugno di voti portati con un furgoncino che decidono chi s’è preso il granaio d’America. Poi le facce, le storie: un outsider, uno che fino a dieci giorni fa non aveva speranze (Santorum) che arriva al fotofinish con il candidato favorito. Succede altrove? No. Come non succede più altrove che la politica si mobiliti ancora come accadeva in passato: pullman, attivisti, professionisti, sondaggisti, analisti, telecamere, satelliti, blogger, tutti insieme non in una piazza virtuale e televisiva, ma nelle palestre, nei bar, nelle fabbriche. Un carrozzone vitale che si sposterà ovunque ce ne sarà bisogno: nelle primarie e poi nelle presidenziali può contare anche una sola contea e magari quella più sfortunata e rurale. Ecco lì per il tempo che sarà necessario l’America punterà le sue antenne vere. Non c’è nulla di più vissuto davvero di una campagna elettorale americana: twitter è l’aggiornamento costante che ti permette di sapere adesso quello che una volta si sapeva dopo due settimane. Eppure nessuna tecnologia ha sostituito il sacrale rito del comizio, della stretta di mano del candidato ai suoi sostenitori, dell’uomo che potrebbe diventare il più potente del pianeta obbligato adesso a rispondere alla domanda di Joe l’idraulico, di quello stesso Joe che domani potrebbe candidarsi e arrivare al Congresso. Volete il territorio? Eccolo. Lo trovate nel Paese dove le elezioni spesso sembrano la cosa più complicata del mondo, ma dove allo stesso tempo sono la più importante: nessuno, in America, si sognerebbe di nominare un governo di tecnici. Chi vuole la Casa Bianca, chi vuole giurare sulla Bibbia il 20 gennaio di ogni quattro anni, chi vuole comandare, deve camminare, deve farsi vedere, deve parlare, deve stancarsi a battere qualunque paesino sperduto. E lo fanno. Con loro gli altri: un circo che non è un circo, ma è una lezione agli altri. La politica è la gente: la tv o il web possono solo essere uno dei mezzi per raggiungerla.

Quegli otto voti ci consegnano un Paese vivo, nonostante la crisi. Un Paese nel quale il presidente è stato costretto ad andare anche lui in Iowa, per marcare il territorio, per dire: “Ehi, non vi dimenticate che anche io sono dei vostri”. Obama avrebbe potuto mandare un messaggio dalle Hawaii, dove si trovava in vacanza. Invece ha preso il primo volo ed è andato lì, dove i repubblicani cominciavano a scegliere il suo avversario delle presidenziali di novembre. Lì, perché lì bisognava essere ieri. È una vittoria, questa. La vittoria della politica sull’anti-politica, della passione sull’apatia, delle idee sulle chiacchiere: chi sa parlare meglio ha un tesoretto che può essere utile, ma non potrà mai essere tutto. Romney, Santorum, Paul, Gingrich o qualcun altro. Vincerà il migliore per questo momento, non per forza il migliore in assoluto. L’America non si fa illusioni: può credere nelle persone, in una persona, poi la aspetta al prossimo giro. C’è di meglio? Sì o no è la risposta. Semplice, elementare. Più politica della politica.