Outlet, l’eldorado della domenica dove l’acquisto è solo un optional

Targhe come a Gardaland, qui l’Italia dei campanili non esiste

Rodengo Saiano - Autostrada A4, uscita Ospitaletto, pochi chilometri da Brescia. Fuori dal casello, lo schema urbanistico è quello ormai universale, adottato dal geometra in tutti i distretti d'Italia: la superstrada, lo svincolo, la rotonda. Infine, oltre l'ultima curva, l'Eldorado: «Outlet Franciacorta Village». Tremila posti auto e una fatica dannata per trovare un posto libero. Il primo pensiero va al governatore della banca d'Italia, il mite dottor Draghi: dice che i consumi sono fermi. Secondo me, sono fermi in coda.

La domenica del villaggio, di questo villaggio costruito con ruffiana estetica rurale attorno a una vecchia cascina, non ha niente di lento e di sonnacchioso: alle undici del mattino, un'ora soltanto dopo l'apertura, è già bagarre. Sarei qui per provare a descriverla, questa emergente - o affondante? - Italia dell'outlet. Ma è dura. Stanno uscendo libri, si scomodano sociologi e analisti, ne parla persino papa Ratzinger: tutti gli occhi sono puntati su questo nuovo costume nazionale, con gli inquietanti rischi di vuoto e alienazione che si porta dietro. E pure davanti. Servono tante parole e molte riflessioni, per definire e inquadrare il fenomeno. Cosa riferire, come riferire in un semplice articolo di giornale? Doveroso adottare l'intramontabile schema impressionista: colpo d'occhio per fermare l'essenziale. Quello che conta, quello che tocca.

Sullo sfondo, il luogo: centosessanta negozi variamente addobbati, che vendono marchi di qualità a prezzi scontati (c'è chi dice fino al settanta per cento, vai a sapere). Outlet, in inglese, significa «sbocco», o «scarico»: diciamo che le grandi aziende qui scaricano, in senso buono, i prodotti dell'anno prima. Ormai, però, il termine non va più cercato sul vecchio dizionario Hazon: outlet è stabilmente sui dizionari italiani, perché entrato di prepotenza nel linguaggio e nella vita delle nostre popolazioni.

Definito lo sfondo, cominciamo a buttare nel quadro scorci d'ambiente e personaggi in movimento. Panoramica iniziale, lo sconfinato parcheggio. Targhe come a Gardaland. Oltre alle prevedibili Brescia, Bergamo e Milano, emergono ovunque sigle di Bolzano, Trieste, Vicenza, Pesaro-Urbino, Torino, nonché Savona e San Marino. Prima riflessione impressionistica sull'outlet: questo è l'unico luogo dove l'Italia dei campanili e delle rivalità viene bellamente mandata a quel paese.

Avanti i personaggi. Vetrina di Calvin Klein. Omone alto, stempiato, di mezza età, cadenza tipicamente veneta. Al telefonino come un bagnino di Rimini all'altoparlante: «...oila, so gnanca dove stemo, boh, Roiano Staiano, vicino a Brescia, un'ot-lè, la Giusy la vol comprar so gnanca cossa... spèta, ciò, che te la passo... ciao, stame ben...». La signora Giusy prende il telefono: «Guarda, la prossima volta lo lascio a casa, siamo qui da mezz'ora ed è già stanco... certo, veniamo noi da sole, lasciamo a casa gli uomini... brava, tutto il giorno, così nessuno ci fa fretta...». Chiudono la telefonata. Si prendono sottobraccio, si piantano davanti alla vetrina: «Ostia, Giusy: la tiscirt a nove e novanta. Questa la prendo io, ndemo, che dopo vai a prendere le scarpe tu...».

Oltre il portico d'entrata, lato estremo sulla destra: giochi per bambini. Più che altro, parcheggio nonni e nipoti. La signora Clara ha 74 anni: «Sono qui con la piccola. Si chiama Alice, è quella sull'altalena. La vede, la biondina? Mia figlia e suo marito sono in giro per negozi. Abbiamo appuntamento all'una, per mangiare qualcosa da Spizzico. Veniamo da Meda. Un paio di domeniche fa eravamo all'outlet di Serravalle. Non è che si venga solo per comprare. È come fare una gita. A mia figlia piace». Domanda persino idiota: piace anche a lei? «Guardi, io da ragazza andavo alla bottega sottocasa. C'era di tutto e si poteva mettere in conto. Pagavamo, a fatica, dopo la fine del mese. Era un altro mondo. Adesso me ne starei anche tranquilla a casa mia. Ma sono vedova. Per me un posto vale l'altro, basta stare con Alice».

Centro della scena, qui chiamata come in un vecchio borgo: piazza Cascina Moie. Atmosfera vagamente picaresca. Sfilano i volti fondamentali dell'affresco popolare. Maggioranza netta di famiglie tipo: padre e madre sotto i quaranta, un bambino in età scolare, dentro al passeggino il piccolo che pianta grane per stare fuori come il fratello (pazienza se il fratello pianterebbe volentieri grane per stare nel passeggino). Madre sull'orlo di una crisi di nervi: «Andrea, basta: ti ho già preso la pizza e la sprait. Se adesso fai il bravo mentre guardiamo le magliette di Benetton, forse compriamo il ciupa...».
A seguire, in percentuale, coppie di fidanzati molto giovani. Una boccata a testa dalla stessa sigaretta, lei panza di fuori e lui con le braghe fieramente sotto il gluteo. Annoto allarmatissimo: i fidanzati d'oggi non si baciano più timidamente in pubblico. Nemmeno sotto al portico, dietro le colonne. Mi resta aperta una domanda: ma i fidanzati d'oggi si baciano?

Appena poco oltre: gruppo di motociclisti di chiara provenienza altoatesina. Uomini e donne, insaccati come pancette coppate dentro le tute di pelle nera. Avanzano con camminata alla Neil Armstrong, il giorno che passeggiò sulla luna. Piercing al sopracciglio, orecchini ovunque. Mi piacerebbe anche riferire che si dicono mentre entrano nel paradiso del cioccolato, ma parlano una lingua oscura. Anche l'Italia dell'outlet è l'Italia delle etnie.

Attorno alle fontane - queste allucinanti fontane dei centri commerciali che vorrebbero riprodurre il neoclassico, ma che semplicemente riproducono torte nuziali - tanti padri sfatti a guardia del passeggino e del cane bassotto. In attesa della moglie, che sta dentro da tempo immemorabile, si attaccano come naufraghi al telefonino. Trattano temi di attualità con amici chissà dove (forse a loro volta davanti a una fontana di altri outlet): «...Comunque se li avessero fischiati alla Juve andremmo avanti una settimana a fare casino... Invece col Napoli va bene tutto... Sti teroni...».

Ora di pranzo, come suonasse una sirena: code bibliche da McDonald e da Spizzico. La mamma concede tregua: «Dai, ciccio. Andiamo da Spizzico, così io prendo l'insalatona e voi mangiate il trancio. Poi ci mancano solo le scarpe...». Si chiama Nicoletta, viene da Mantova. Pongo a lei la domanda che accompagna e assilla l'uomo moderno: signora, ma l'outlet conviene? «Cacchio se conviene. Ho preso roba al cinquanta. Per me e per i bambini». Ma la benzina, l'autostrada, il pranzo... «Cosa c'entra, quelli li hai sempre: se non vieni qui, comunque vai a farti un giro da qualche parte. Non è che spendi solo per andare all'outlet». Va bene: ma non esiste più il cinema, lo stadio, un concerto? «Costano troppo. Lo sa cosa costa a una famiglia un cinema?».

Atmosfera generale: non c'è frenesia. Non si avverte fretta. I personaggi si muovono ad andamento lento, sotto un cielo di luci, accompagnati da musiche sovrapposte. Si vede chiaramente che hanno del tempo da perdere. O da occupare. Tutto diverso il problema della commessa Roberta, detta Roby, che sta al bar: «La domenica è terribile. Un viavai continuo. Non so nemmeno io quanti caffè e quanti panini. Lo farebbe lei per novecento euro al mese?».
Ricompongo il mio acquarello di impressioni. Ce n'è sicuramente una che le sovrasta tutte quante. Una conferma. Davvero outlet non è sinonimo di acquisto. Outlet è stile di vita. Nuovo intrattenimento e nuovo divertimento. Nuovo hobby e nuova vita sociale. Sì, è ora di aggiungere un'altra voce allo Zingarelli. Un verbo: «outlettare». Dicitura: modo di trascorrere il week-end in Italia, nell'era di chi non sa più stare a casa sua.

L'ultima pennellata, un tentativo. Chiedo all'ufficio informazioni: scusi, la libreria? La signorina, in tailleur nero, mi risponde molto desolata: «Mi spiace, non c'è». L'edicola? «Neanche». Non è uno scandalo. Però, in chiave impressionistica, mi sembra un segnale.