Ovada a stelle e strisce scimmiotta il Texas anche quando recita

Ovada come l'America? Non è un'idea campata in aria. Parola di Fausto Paravidino, giovanissimo regista nato a Genova ma cresciuto nel Basso Piemonte, salito in questi giorni agli onori delle cronache per via di «Texas», il suo film d'esordio presentato fuori concorso l'altro ieri alla Mostra del Cinema di Venezia. Ovada a stelle e strisce proprio perché questa pellicola, girata ed ambientata nella cittadina dell'alessandrino, si divide tra il realismo crudo della vita provinciale e un pizzico di sperimentalismo, grazie al quale l'atmosfera del Basso Piemonte puzza bizzarramente di Far West.
Protagonista del film è un gruppo di ventenni dagli orizzonti irrimediabilmente stretti, prigionieri della chiusa mentalità provinciale e dell'incapacità di aspirare a qualcosa di più grande. Questi ragazzi vivono una sorta di alienazione volontaria da ciò che accade al di fuori degli angusti confini del loro paese, alienazione che coinvolge il paese stesso e lo fa assomigliare ad un'isolata terra di frontiera in mezzo al deserto. Il Texas, appunto.
L'idea di base è perlomeno interessante, anche se nella storia non mancano risvolti torbidi ad uso e consumo dello spettatore, come la relazione tra il ventenne protagonista, stereotipo del giovane fannullone e indolente, e la matura maestra stufa della routine coniugale, interpretata da Valeria Golino. Quest'ultima è sicuramente il pezzo da novanta di un cast quantomeno eterogeneo, formato per il resto dall'enfant prodige pugliese Riccardo Scamarcio (Tre metri sopra il cielo), ex scansafatiche per sua stessa ammissione, da Paravidino stesso e da Ornella Anselmi, nella vita di tutti i giorni impiegata in un'agenzia bancaria ovadese, ma rivelatasi interprete talentuosa durante i provini effettuati sul posto dalla produzione alla ricerca di attori non professionisti, tanto per mettere d'accordo spontaneità e portafoglio. La Golino, comunque sia, non è una che si formalizza, ed ha accettato di buon grado Ovada in luogo di Hollywood: «Mi piace rischiare al fianco di giovani registi, anche se esordienti. Anzi, credo proprio che non sia un rischio, perché non ho nessun pregiudizio rispetto all'età di chi dovrà dirigermi. Per me conta soprattutto la storia, poi il mio personaggio e, appunto, il regista. Nel caso di "Texas", tutti e tre mi andavano perfettamente a genio».
L'impressione è quella di un tentativo onesto, tanto più se si tiene conto che il film nasce dall'esperienza diretta di Paravidino: «Conosco questa realtà italiana. Ci sono cresciuto dentro, a questa provincia che va peggiorando sempre più. Si mugugna, ci si lamenta ma da lì a migliorare la nostra condizione con le nostre stesse mani c'è un passo che non compiamo mai. Facciamo grandi progetti, ma siamo sempre fermi lì, rassegnati. Questa provincia vuole assomigliare all'America ma non ci riesce». Una frase, quest'ultima, che avrebbe potuto uscire benissimo dalla bocca di un altro cantore della ripetitiva vita di paese, seppur più scanzonato e ironico: quel Luciano Ligabue che, infatti, ha caldamente «raccomandato» al produttore Domenico Procacci il nome di questo giovanissimo autore ligure di nascita e piemontese di adozione, con una discreta esperienza in teatro ma desideroso di compiere il grande salto nel mondo del cinema. E Procacci in questo progetto ci ha creduto e continua a crederci, tanto da difendere a spada tratta il proprio assistito dai fischi e dagli sbadigli dei critici che a Venezia hanno assistito alla proiezione, affermando che le opere prime dei giovani registi dovrebbero essere maggiormente tutelate da manifestazioni così importanti. Anche Paravidino se l'è presa: «Fischiare un film nel buio di una sala è un atto di vigliaccheria». Ne è nata una polemicuccia che si è spenta nel giro di poche ore, ma che ha rubato spazio vitale alle riflessioni su un film che meritava qualche parola in più e qualche «buu» in meno. Un vero peccato. Appuntamento all'inizio di ottobre, quando «Texas» uscirà nei cinema. Silenzio in sala, prego.