Ovazioni ma anche tanti fischi per l’Otello «chiuso in scatola»

da Pesaro

Negli annali dei festival i successi (o i fiaschi) prendono il nome da ciò che li ha determinati. Così l’Otello di Rossini che mercoledì ha inaugurato a Pesaro il Rossini Opera Festival, non sarà ricordato come «l’Otello dei tre tenori» - per aver messo in campo tre fra le più grandi star rossiniane al mondo - e neppure come «l’Otello di Giancarlo Del Monaco» - ovvero del figlio di Mario, mitico interprete proprio di Otello (sia pure di quello di Verdi) che qui era il regista dello spettacolo. No. Questo rimarrà per sempre «l’Otello delle porte».
Immaginate infatti una grossa scatola di cartone, tutta stampata a nuvolette e onde marine, come nei quadri di Magritte, dentro alla quale si aprano nove porte - simili a quelle delle cabine negli stabilimenti balneari.
Ecco: Del Monaco ha ambientato tutta la tragedia del moro di Venezia dentro questa scatola. Perché? A sentir lui perché Venezia «è un pensiero di cielo e mare, di nuvole e di acqua», nonché «un simbolo di costrizione urbana»; e perché Desdemona, vera protagonista del dramma, «vi è prigioniera di un gioco maschile spietato». Così le porte, attraversate in un continuo gioco di appostamenti e trappole da nove sosia del cantante che interpreta Iago, simboleggiano il clima di intrighi e doppiezza in cui si svolge la trama. Ora la domanda del lettore sarà: ma «l’Otello delle porte» è stato un successo o un fiasco? Be’: le ovazioni che hanno premiato gran parte del cast, parlano di un trionfo. Mentre ciò che ha accolto Del Monaco a fine spettacolo è stata una marea di inequivocabili fischi e «buuu!».
Noi non ci uniremo a chi ha gridato allo scandalo. L’idea ci è parsa teatralmente efficace - soprattutto nell’accurato gioco dei movimenti dei cantanti - ma sostanzialmente debole. E (quel che è peggio) fuori tema. La musica di Rossini suggerisce ben altri orizzonti che quelli claustrofobici, e alla lunga tediosi, di una scatola di cartone. E quel continuo rimpiattino da una porta all’altra è troppo insistito e fiacco per reggere tre atti di spettacolo. Per non parlare della trovata di piazzare il coro immobile dentro due enormi «cassetti»: lì il pubblico, già infastidito da tutto quello sbattere di porte, ha quasi fatto fatica a non ridere. Motivata invece è sembrata l’idea di concentrare il crudele movimento delle porte (che si muovevano componendo e scomponendo improvvisate quinte) attorno al dolore di Desdemona, la cui celebre «Assisa al piè d’un salice» diventava quasi una scena di follia.
Due dei tre, grandi e attesissimi tenori protagonisti hanno però risollevato le sorti della serata. Juan Diego Florez soprattutto (Rodrigo) star sfavillante e applauditissima, e anche Gregory Kunde (Otello), ripresosi alla grande dopo alcune incertezze iniziali. In evidente difficoltà, invece, lo Iago di Chris Merritt, cui sono andati solo applausi di stima; in particolare il confronto con Florez, nel duetto del primo atto, è stato impietoso. Un’autentica sorpresa la Desdemona di Olga Peretyatko: voce forse troppo leggera, ma tecnica inappuntabile e ammirevole disinvoltura scenica. Corretta la prestazione del direttore d’orchestra Renato Palumbo.