Ovazioni a Prêtre nel «Pelléas» che non incanta

Eseguita alla Scala dopo vent’anni l’opera di Debussy. Eccellente il podio, regia e scene con qualche pecca

Alberto Cantù

da Milano

L’opera nasce dal silenzio e al silenzio ritorna. Dai registri più gravi dell’orchestra, su armonie remote, violoncelli con la sordina e contrabbassi, «pianissimo» e «divisi» per effetto di maggiore leggerezza, evocano il mondo arcano del regno di Allemonde: Tutto il mondo, ovunque e in nessun posto. Così apre Pelléas et Mélisande che Claude Debussy mette in musica (con qualche taglio) direttamente sulle parole di Maurice Maeterlinck, il principe dei drammaturghi simbolisti, e del suo dramma omonimo in cinque atti e 659 battute.
Pelléas ovvero il matrimonio fra Mélisande e il principe Golaud come l’incontro di due solitudini. L’amore fra Pelléas e la ragazza senza età e senza storia che è solo una parentesi, un’oasi felice, prima della morte. Commenta Arkel, re di Allemonde saggio per antica età: «Se fossi Dio, avrei pietà del cuore degli uomini». L’antiopera quella che rovescia ogni idea ottocentesca (e ogni idea data) di melodramma col canto ridotto all’osso di uno spoglio declamato, dodici scene brevissime legate da interludi, l’orchestra che si mette da parte se non indispensabile ma sa anche farsi, mimeticamente, luce, mare, fremito di vento, l’anello di nozze che cade nella fontana, la lunghissima capigliatura di Mélisande che avvolge Pelléas. Insomma, la meraviglia delle meraviglie che è il Pelléas et Mélisande, capolista del teatro novecentesco, è tornato ieri l’altro alla Scala (otto repliche) dopo quasi vent’anni, visto che l’ultima edizione fu nell’86 con Claudio Abbado e la regia di Antoine Vitez.
Era stato promesso e si aspettava la «ripresa della messa in scena originale dell’Opéra-Comique di Parigi» - il battesimo del 30 aprile 1902 - ed ecco invece, con tortuoso giro di parole, un «nuovo allestimento dalla drammaturgia dello spettacolo realizzato dall’Opéra-Comique nel 1998». Morale. La regia è di Pierre Médecin. I bei costumi, degli anni di Debussy o pressappoco (bianco vestito Pelléas, in candida tunica Mélisande) sono disegnati da Marie-Luise Walec. Le scene appartengono, in coppia, a Emmanuell Favre e a Médecin e alternano scorci felici a cadute di gusto. Felice, per esempio, quel grande, bianchissimo busto-sfinge di Mélisande che, ruotando, diventa la fontana nel parco, la torre del castello e il letto di morte della donna. Discutibili, invece, lo sfondo stellato e i fili d’oro (capelli) da Moulin Rouge. Oppure nei sotterranei, teschi cresciuti come funghi. E soprattutto, al proscenio sinistro, quell’angolo del trovarobato (cervo in legno, poltrona, libri) da cui un invadente, e ozioso Golaud segue e controlla la vicenda, interferisce con essa e con l’azione oltre a disturbare la purezza dell’allestimento. Questo per riempire i cambi di scena e d’atto, tra l’altro rumorosi, colmandoli però col niente (ahi certe idee registiche: per esempio Mélisande che rotea e si rotola sul pavimento dove giace supina o bocconi).
D’altronde, si sa, l’unica opera di Debussy impone la perfezione. Ed altrettanto noto è come la perfezione sia di Allemonde e non di questo mondo. L’orchestra scaligera segue molto bene il gesto più allusivo che ritmicamente netto di un maestro pur espertissimo quale l’ottantaduenne Georges Prêtre, al suo terzo Pelléas scaligero: fremiti di uno strumentale insinuante, l’esprit francese di tinte e fraseggio, cantabilità sinfonica larga ma nitida e un finale atto terzo pieno di dolore e partecipazione. Una meraviglia pur nel suo breve intervento è il coro di marinai di Casoni: inquietudine arcana, stupefatte lontananze. Voce piccola ma tenera e squillante, Mireille Delunsch ha il timbro adolescenziale di Mélisande e se pure un po’ priva di mistero e di nuance mostra una tenuta esemplare.
Un gioioso, esuberante Pelléas incarna Jean-François Lapointe che flette la voce (non bellissima) con morbidezza. Da attore e da cantante, François Le Roux è un Golaud cieco per la gelosia, straziato e inerme, ammirevole. Più morbido e rotondo si vorrebbe, per l’antica saggezza, l’Arkel di Alain Vernhes. Infantile ma non petulante l’Yniold sopranile di Beatrice Palumbo. Sempre straordinaria l’ormai storica Geneviève di Nadine Denize. Successo anche se Debussy non è Puccini (un gruppo di spettatori dalla Florida dorme beato già al secondo quadro) e ovazioni per Prêtre.