OZ: LA FICTION INCONTRA LA CRONACA

T ossicodipendenza, stupri, violenze assortite, un realismo descrittivo che non lascia nulla all’immaginazione. Per una volta almeno, parlando di programmi che vanno in onda in terza serata, non si può non riconoscere che Oz (mercoledì su Italia Uno, ore 0,25) ha la sua giusta collocazione notturna, perché prima non potrebbe proprio essere trasmesso. D’altra parte le vicende raccontate in questa ennesima serie americana sono quelle di un penitenziario (Baltimora), e la scelta degli sceneggiatori non ha voluto fare sconti alla realtà, prendendo una strada documentaristica che privilegia gli aspetti di forte impatto visivo ed emotivo rispetto a ogni altra possibilità narrativa e stilistica. Oz è un tipo di telefilm che si avvicina al genere della «docufiction», oggi frequentato con una certa compiaciuta insistenza. Tutto o quasi è al servizio di un preciso mandato narrativo che mira a descrivere i rapporti di forza all’interno di una prigione, come nascono e si sviluppano, in che modo contagiano anche coloro che sono dall’altra parte della barricata, secondini, dirigenza del carcere, assistenti sociali, medici. Il tema che forse sarebbe stato più interessante da valorizzare, cioè «come» il carcere cambia ogni cellula della sua popolazione, fa da costante traccia sotterranea, ma rimane tutto sommato sullo sfondo. Né si riescono a trovare, nel corso delle puntate, personaggi che si stacchino con decisione acquisendo la statura di leader della fiction. Qui sta il pregio e nello stesso tempo il limite di Oz, che non si cura molto di far crescere i suoi personaggi (come potrebbe del resto scattare l'identificazione affettiva con i carcerati?) e punta al bersaglio grosso della fotografia d'ambiente, a uno sguardo quasi sociologico d’insieme della popolazione carceraria e dei suoi riti più o meno tribali (la divisione in bande, la ricerca di protezione, i dissidi razziali, la lotta per la sopravvivenza, le vendette personali). La regia varia tendenzialmente di episodio in episodio e raccoglie nomi anche importanti come Matt Dillon e Steve Buscemi. Il produttore è Barry Levinson (Rain Man e Sleepers), mentre la scrittura è sulle spalle di Tom Fontana, già sceneggiatore di Homicide. Questo per far capire che Oz dispone di una batteria di professionisti di ottimo livello che si mettono giudiziosamente al servizio di un tema cinematograficamente insidioso (anche perché assai sfruttato) come è quello carcerario. Di sicura presa la fotografia e la scelta scenografica in base alla quale i prigionieri non sono reclusi in cella ma in stanze con muri di plexiglass, per essere sempre visibili dai secondini. La voce narrante è quella di Augustus Hill (Harold Perrineau jr), un detenuto costretto sulla sedia a rotelle.