Ozio e umanità, così nasce il bestseller di provincia

Riscoperti i racconti (alcuni inediti in Italia) del periodo svizzero di Piero Chiara, scrittore dallo stile ricco di humor e d’amarezza. Riunite in un volume le prose pubblicate sulla rivista ticinese <em>Ore in famiglia</em>

Per tutti gli scrittori «naturalisti», la natura, ovviamente, è importante. È come lo scricchiolio delle assi del palco per l’attore, come l’odore della tela vergine per il pittore. È, insomma, ciò che fa essere ciò che sarà. Il naturalismo di Piero Chiara, che può nascere da un vicolo buio per stemperarsi in un paio di baffi spioventi, o da un raggio di sole sulle acque di un lago per rivelare le forme opulente di una cameriera, si nutre, golosissimo, di un ambiente familiare: Luino e dintorni. È il Chiara che tutti conosciamo, il Chiara maturo e bestsellerista de La spartizione o de La stanza del vescovo. Ma il Chiara «acerbo», quello delle prime prose, dei primi elzeviri, com’era?

Per saperlo, fino a oggi avevamo a disposizione soprattutto la bella silloge curata da Federico Roncoroni e pubblicata nel lontano 1981 dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona. Il titolo classicheggiante, Helvetia, salve!, suona come un inno alla Svizzera, generosa patria d’adozione dell’autore quando lui, già sposato dal ’36 con l’elvetico-tedesca Jula Scherb, braccato da un ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista, nel ’44 varcò il confine. Scrive in Verso l’alba: «Non osavo ancora dirmi che ero in salvo, ma le cose che incontravo, un barattolo vuoto, un pezzo di giornale, una busta ingiallita, già salutavano il mio arrivo nel recinto della salvezza. \ Non mi chiesi cosa ne avrei fatto di nuovo della vita, come l’avrei potuta spendere, ma la sentii crescere dentro e stendersi nell’aria, leggera come un semplice pensiero».

Crebbe talmente bene, la nuova vita del perdigiorno «aiutante di cancelleria», del flâneur provinciale più amico del biliardo e delle carte che dell’ufficio, da nutrire di grassi umori popolari (ma non popolareschi) la sua scarsella, il cui contenuto venne successivamente sciorinato nei romanzi. E, da oggi, un altro ricco malloppo di scritti risalenti al periodo ’47-61, fra l’esordio poetico di Incantavi al successo di Il piatto piange, ci conferma che il Chiara «maggiore» è l’ovvia prosecuzione del Chiara «minore». In Quaderno di un tempo felice (Aragno, pagg. 288, euro 18) troviamo infatti otto racconti che, sommati a resoconti di viaggi e ad altre divagazioni, ci presentano il luinese a caccia di tipi stranamente normali, la sua specialità.

A ben vedere, qui lo scrittore è più... naturalista che umanista, nel senso che la sua penna si sofferma in particolare sul dettaglio paesaggistico, sul serrato dialogo fra le stagioni, sugli incanti lacustri e montani. È quella che possiamo chiamare la «fase uno» della costruzione del suo edificio stilistico. In queste prose uscite tutte sulla rivista ticinese Ore in famiglia, il buon Piero ondeggia fra il dettato manzoniano («Per quella specie di crepaccio aperto tra le case scende dall’alto lo stormire delle campane, e l’onda sonora entra dai balconi fioriti e da tutte le finestrelle a riempire la stanza») e quello leopardiano («In quel cortile dove passammo così bel tempo della nostra vita...»), cura la forma, cesellando aggettivi e avverbi e, quando s’imbatte nel ricordo d’un compaesano o d’una vecchia conoscenza, sia esso il panettiere Bram o il gioielliere Ortensio oppure l’anonimo amico d’infanzia venuto da Milano a villeggiare, li immobilizza come l’entomologo che infilza con lo spillo le farfalle della sua collezione. Anni di ozi polverosi e monotoni trascorsi a scrutare i vizi (tanti) e le virtù (poche) della gente dai tavolini di un bar o dal lungolago, vengono messi a frutto imbastendo, come dice giustamente Andrea Paganini nell’introduzione, «una poetica della mediocrità calcolatrice e spregiudicata con un doppiofondo fallimentare, mitigato tuttavia da una visione bonaria e ironica dell’esistenza».

Queste figurine gogoliane che dopo tanto lavoro, o dopo troppo riposo, si ammalano e muoiono, questi bozzetti grotteschi e surreali (con in testa il dentista abusivo Zampa che torna dall’Oltretomba giusto il tempo di incontrare il narratore), incastonati fra stradine tortuose e cieli tersi, fra botteghe e battelli, sono gli antenati più prossimi all’Emerenziano Paronzini della Spartizione, del Temistocle Mario Orimbelli della Stanza del vescovo, del Pretore di Cuvio...
Se buttiamo l’occhio fra quelle case «fatte a sghembo perché il vento non le prenda d’infilata nei furiosi giorni di marzo», vi troviamo un’umanità bassa, comune, addirittura banale, ma che conosce fin troppo bene il retrogusto dell’esistenza. «Qualche felice contadino cantava perduto tra le siepi, e la mia vita diventava amara», ricorda l’autore ne Il giorno della Cresima. L’umor nero dà spesso il cambio all’umorismo.