Pëtr Poljanskij

Nacque nel 1862 in campagna nella diocesi russa di Voronež. Dopo gli studi nel seminario di quest’ultima città e poi all’accademia teologica di Mosca, nel 1906 divenne membro della commissione didattica sinodale a Pietroburgo e revisore delle scuole teologiche. Nel 1917 i bolscevichi presero il potere e presto iniziarono le persecuzioni contro i credenti e gli ecclesiastici. Pëtr Poljanskij scelse proprio quegli anni per prendere i voti monastici. Nel 1920 fu consacrato vescovo di Podol’sk, vicario della diocesi di Mosca. Naturalmente, venne subito arrestato e condannato al confino. Tornato in libertà, nel 1923 fu elevato al grado di arcivescovo e, l’anno seguente, nominato metropolita di Kruticy e Kolomna con dignità di vicario patriarcale.
Nel 1925, alla morte del patriarca Tichon, il concilio dei vescovi chiamò il Poljanskij alla successione. Il governo sovietico avrebbe inteso mettere sotto controllo l’intera Chiesa russa ma il nuovo patriarca rispose picche: le autorità avrebbero dovuto accontentarsi della sola lealtà politica, e basta. Così, nello stesso anno venne arrestato per la seconda e ultima volta. Lo mandarono in Siberia e, dopo qualche anno di confino, gli chiesero di dare le dimissioni in cambio della libertà. Pëtr Poljanskij ancora rispose picche. Identica risposta quando nel 1931 gli proposero di «collaborare» coi servizi segreti. Allora lo deportarono a Ekaterinburg, dove lo misero in carcere. Cinque anni dopo annunciarono pubblicamente che era morto. In realtà era ancora vivo e in prigione a Verchneural’sk. Per poco: lo fucilarono l’anno seguente.