Pacchi bomba anarchici Il pm chiede nove condanne

Le pene richieste vanno dai cinque ai 16 anni di carcere

da Roma

Il gruppo di anarchici che ha portato a segno l'attentato alla caserma «Viale Libia» dove rimase ferito il maresciallo Stefano Sindona ed altre azioni terroristiche al Tribunale e alla questura di Viterbo tra il 2003 e il 2004, è una «pericolosa associazione sovversiva». Con questo preambolo il pm Giuseppe De Falco ha concluso le richieste della Procura nel processo per i cosiddetti «pacchi bomba» che vede imputate 9 persone. Nei confronti di Marco Ferruzzi, considerato autore dell'attentato alla stazione dei carabinieri è stata chiesta una pena a 16 anni e 6 mesi. Per Ferruzzi è contestato il reato di strage. Per Massimo Leonardi, «colui che dà l'impronta al gruppo» - secondo le parole del sostituto procuratore Salvatore Vitello - la richiesta è di una condanna a 12 anni. Minori le condanne richieste nei confronti degli altri anarchici. Per Simone Del Moro e Davide Santini, 10 anni. Per Danilo Cremonese e Valentina Speziale, 7 anni e 1.000 euro di multa ciascuno. Per Stefano Del Moro e Claudia Cospito per la partecipazione all'associazione sovversiva, 5 anni di pena. Solo per questi due imputati la Procura ha chiesto l'assoluzione per il fallito attentato avvenuto al Tribunale di Viterbo. Per Sergio Maria Stefani, infine, il pm De Falco ha formalizzato la richiesta di condanna a 5 anni. Per tutti si chiede che il giudice applichi l'interdizione legale per la durata della pena e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
La durezza nelle richieste di condanna, ammessa dai pm Salvatore Vitello, Giuseppe De Falco e Giancarlo Capaldo, è legata «a stretto filo» con la pericolosità degli imputati. Secondo l'accusa questi sarebbero i componenti di una cellula del più vasto movimento anarco-insurrezionalista. Riguardo all'attentato, con videocassetta esplosiva, avvenuto alla stazione dei carabinieri «Viale Libia», a Roma, il pm Salvatore Vitello, ieri nella requisitoria, ha detto: «Il maresciallo Stefano Sindona è stato ucciso moralmente e civilmente perché a causa delle ferite riportate ha perso la sua attività professionale che, come per un magistrato, è quella di servire lo Stato».