Una pace senza giustizia

I ministri degli Esteri della Giordania, Abdul Illah al Khatib, e dell'Egitto, Ahmed Aboul Gheit, arriveranno giovedì in visita ufficiale in Israele. Non è la prima volta, né per loro né per i loro predecessori, dato che Israele è in stato di pace formale e di collaborazione con i due Paesi vicini. Ma la loro missione potrebbe diventare «storica» dal momento che si recano a Gerusalemme in qualità di rappresentanti della Lega Araba. Cioè dei rimanenti 20 Paesi arabi che non hanno ancora firmato la pace con Israele; hanno però dato un mandato per iniziare le trattative miranti a realizzare l'«iniziativa di pace» proposta dall'Arabia Saudita e approvata dalla Lega, nel marzo scorso, a Riad.
Di questa iniziativa saudita e della sua approvazione da parte della Lega Araba si è già molto parlato. Molti hanno visto in essa un tentativo - fallito - del governo di Riad di affermarsi come interlocutore privilegiato nel conflitto medio-orientale dopo gli scacchi subiti dagli Stati Uniti in Irak e l'insuccesso egiziano di mediare fra Hamas e al Fatah.
L'Arabia Saudita è diventata più prudente dopo che ha visto evaporare il suo «trionfo» diplomatico, realizzato prematuramente con la costituzione di un governo di unità «nazionale» in Palestina. Il risultato, come si è visto, è la guerra civile fra Hamas e Al Fatah. Un conflitto che ha ridato vita al ruolo di mediazione dell'Egitto.
Ciò detto, la missione sottolinea il radicale cambiamento di posizioni della Lega Araba. A Khartum, nel settembre 1967, sotto la guida di Nasser e dell'Arabia Saudita, c'era stato un unanime accordo per decretare i tre «no» degli arabi a Israele: no al riconoscimento, no ai negoziati, no alla pace. Da Riad è invece giunto un sì molto condizionato ai tre punti. Ed è sulle condizioni che i delegati della Lega aprono i negoziati con Gerusalemme.
Il successo della missione è lungi dall'essere garantito. Mentre da parte israeliana il ritorno ai confini del 1967 - con qualche possibile scambio di territorio in Palestina per portare all'interno dello Stato ebraico l'ottanta per cento dei coloni stanziati in Cisgiordania e sulle Alture del Golan - è, in principio, trattabile (anche se con grosse difficoltà di realizzazione per qualsiasi governo), la richiesta della Lega a Israele di riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi sul suo territorio è inaccettabile non potendo farlo senza distruggere il carattere ebraico dello Stato.
I Paesi della Lega, per parte loro, non possono abbandonare questa richiesta senza tradire la causa palestinese con la quale hanno giustificato molte delle loro invise decisioni di politica interna ed estera nel corso di più di mezzo secolo.
Tuttavia - ammesso che questo problema possa essere risolto grazie all'accettazione di un ritorno «simbolico» di rifugiati accompagnato da grossi investimenti internazionali per mettere fine alla loro situazione di rifugiati permanenti sia nei vari Paesi arabi, sia fuori di essi - il conflitto resta insolubile per due ragioni fondamentali.
La prima è che al conflitto di Israele con gli arabi si è aggiunto il conflitto fra Israele e il mondo islamico radicale. Se è possibile immaginare che altri Stati arabi imbocchino la via della pace come l'Egitto e la Giordania, è impensabile che movimenti fondamentalisti islamici quali Hamas e Hezbollah (per non parlare dell'Iran che li sostiene) riconoscano la legittimità di una sovranità non islamica in terra d'Islam.
Ciò significherebbe rinunciare non solo alla giustificazione delle loro espansionistiche ambizioni politiche, ma contravvenire alla fede religiosa che legittima la loro esistenza e identità. Insomma un’eresia.
La seconda ragione può apparire meno ideologica, ma non è meno pregnante. Si tratta della rinuncia da parte araba della richiesta di soddisfare la «giustizia» nel conflitto con Israele. In politica internazionale, giustizia e diritti storici sono fattori insolvibile del conflitto a meno che esso non venga risolto o attutito a un livello superiore a quello nazionale. È il caso dei nazionalismi europei attraverso la creazione della Comunità europea (che ha permesso di lasciare «pacificamente» all'Italia il Tirolo del Sud austriaco e alla Francia i laghi del Moncenisio).
Come recentemente notava Edward Luttwak, è stato proprio l'intervento non risolutivo di terzi nella questione palestinese (in particolare dell'Onu col sostegno - attraverso l'Unruwa - dei profughi palestinesi in campi trasformati in basi di lotta contro Israele) che ha permesso ai governi arabi di trasformare la questione palestinese in questione di diritti storici e di una giustizia realizzabile solo con la distruzione o il suicidio di Israele.
In questo modo si sono liberati della responsabilità di chiedersi cosa fosse possibile fare per il bene di questi profughi e del proprio sviluppo. Sviluppo che a causa della questione palestinese ha fatto dell'economia di 200 milioni di arabi il fanalino di coda dello sviluppo delle popolazioni del globo.
R.A. Segre