Pacifismo rinunciatario

Una domanda inquietante non può essere evitata: siamo alla vigilia di un ribaltone o di una profonda correzione della politica estera italiana? È vero che gli italiani in generale non sono molto interessati alla politica estera. Ma è proprio questa dimensione della politica nazionale che misura il tasso di considerazione che il nostro Paese gode nel mondo e segnala se siamo una nazione isolata in se stessa o rispettata nel consesso internazionale. Negli ultimi anni, in crescendo col governo Berlusconi, l'Italia ha guadagnato stima e rispetto perché si è vincolata a quelle missioni internazionali che opportunamente il capo dello Stato ha ricordato essere «missioni di pace». Infatti l'articolo 11 della Costituzione, così spesso invocato a sproposito, inizia con «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa» e prosegue indicando il dovere di partecipare alle operazioni delle organizzazioni internazionali volte ad assicurare la pace e la giustizia tra i popoli.
Non è un caso che in queste ore giungano all'Italia importanti riconoscimenti. L'ambasciatore americano Spogli sottolinea il ruolo dell'Italia in Irak e si augura che abbia un seguito sul terreno civile. E il segretario generale della Nato Scheffer chiede di rafforzare la presenza in Afghanistan dove più difficile si è fatta la difesa del governo legittimo dai talebani. Sono entrambi segni non di circostanza che danno un'idea del peso che l'Italia ha acquisito su quei terreni internazionali oggi divenuti cruciali. Si tratta delle missioni in difesa dei diritti umani, a favore della promozione della democrazia e della libertà, e contro gli autoritarismi e i terrorismi che danno origine ai conflitti del terzo millennio.
Che politica estera sarebbe la nostra se ci accingessimo, come sembra volere il governo Prodi, a ridurre drasticamente o addirittura ad abbandonare le missioni nelle quali siamo oggi impegnati? È bene ricordare che i 2600 uomini di Antica Babilonia sono a Nassirya sulla base delle risoluzioni Onu 1438 e 1511; che dello stesso tenore è la missione Enduring Freedom con 1670 uomini in Afghanistan; e che operiamo nei Paesi dell'ex Jugoslavia nel quadro Nato oltre che sotto le bandiere dell'Onu. L'offensiva che vede in prima linea Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio si propone, al contrario, di ribaltare le linee maestre del nostro impegno internazionale nelle missioni multilaterali - all'insegna della «discontinuità» - per rinserrarci nel pacifismo imbelle e rinunciatario che vuole lasciare libero corso alle stragi dei dittatori sanguinari, alle faide etniche e razziali e al terrorismo islamista.
Questo è il nodo che deve sciogliere il governo Prodi. Non è in gioco tanto il bilancino dei modi e dei tempi di quello che non deve essere un ritiro (per non dare ragione all'intelligenza del terrorismo), quanto la direzione complessiva della politica estera italiana in un tempo in cui i conflitti non sono più territoriali, ma contrappongono le forze della libertà e della democrazia e i loro nemici.
I segnali governativi sono così controversi che c'è voluta l'alta parola di Giorgio Napolitano sulle «missioni di pace» per mettere le cose a posto. Prodi e D'Alema fanno un passo avanti verso l'impegno internazionale dell'Italia, tre passi indietro di fronte alla lotta al terrorismo, e uno di fianco a favore della retorica pacifista. Ma dalla strettoia non si esce. O ci facciamo ricacciare nella triste fama di Paese voltagabbana e inerte, o ci impegniamo nella nuova frontiera internazionale della democrazia e dei diritti umani.
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