Pacifisti alla guerra

Fra le molte cose che la sesta guerra israelo-araba sta cambiando, la più inaspettata - anche se probabilmente solo temporanea - è la liquefazione della sinistra israeliana. I partiti o fanno parte della coalizione o la sostengono dall'esterno; gli intellettuali dei movimenti pacifisti difensori del negoziato coi palestinesi difendono l'operato del governo. Gli oppositori alla guerra nel libano che nel 1982 si erano radunati in 40mila sul piazzale della municipalità di Tel Aviv avant'ieri si contavano in qualche centinaio. Come si spiega questo cambiamento? Anzitutto col fatto che Israele si è accorto che qualsiasi concessione territoriale offerta ai palestinesi è interpretata come un gesto di debolezza, non di volontà di pace.
In secondo luogo perché ha compreso che con il terrorismo non si può trattare. In terzo luogo perché sa che nonostante tutte le accuse dell'Europa in questa battaglia oltre che alla propria sopravvivenza rappresenta un baluardo per l'Occidente. Ma questa non è la sola differenza con la guerra in Libano di 25 anni fa. Differenti sono le forze di terra entrate come era prevedibile (Il Giornale 17/7) in azione nel Libano nella scia delle critiche alla marina e al capo di Stato Maggiore ex comandante dell'aviazione. Lo stanno facendo con rapide operazioni di commando, con tattiche e armamento completamente differente. I carri Merkava di costruzione locale servono così poco nella guerra contro il terrorismo che si sta discutendo della soppressione della loro produzione. Cambiato poi nel Libano è il nemico. Al posto dei guerriglieri dell'Olp di Arafat ci sono i guerriglieri di Hassan Nasrallah. Sono diversi nella tattica di combattimento, nell'armamento, nella disciplina. Lo sono soprattutto nella strategia. In comune col passato non hanno che la volontà di distruggere Israele. Ma gli hezbollah vogliono una Palestina (e nella misura del possibile un Libano) non laica ma islamica; non hanno più per alleato principale l'Urss (anche se i comunisti catto-laici e no global continuano a tifare per loro) ma l'Iran - di cui sono il braccio armato d'esportazione - e in Siria il regime di Assad figlio, molto più debole e isolato di quello di Assad padre.
Radicalmente cambiato infine è il governo israeliano e il teatro politico interno ed estero in cui opera. Anche se guidato dal delfino di Sharon, contrariamente al governo del 1982, presieduto da un Begin malato, osteggiato da metà del Paese per l'arroganza militare politica dell'allora ministro della Difesa - Ariel Sharon - l'attuale coalizione governativa gode di un sostegno popolare che va dall'estrema destra all'estrema sinistra. Conduce - come nel 1948 - una «guerra giusta» perché il Paese sa che in gioco c'è la sopravvivenza dello Stato sostenuto - per di più e contrariamente alle precedenti incursioni nel Libano - dalla comprensione delle grandi potenze. Queste differenze col passato sono decisive per la condotta, la durata e il possibile allargamento del conflitto. Che sarà relativamente breve se la Siria non si farà coinvolgere e l'Iran accetterà la sconfitta del suo braccio armato in Libano. Lunga e pericolosamente estesa alla regione se Assad e Ahmadinejad vedranno nel successo delle armi israeliane una minaccia mortale per il loro potere e prestigio.
R.A. Segre