Pacs, la Margherita processa Rutelli che fa il mea culpa

Il leader, ripreso anche dagli esponenti a lui più vicini, precisa: sulle coppie di fatto ho espresso una posizione personale. Marini: pensiamo all’unità della coalizione

Roberto Scafuri

da Roma

Un giorno a pane e cicoria. Francesco Rutelli torna all’amata dieta penitenziale ma, per la prima volta, a imporgliela non sono i prodiani guidati dal presidente Parisi, bensì l’intero stato maggiore della Margherita durante un esecutivo monopolizzato dai Pacs (Patti civili di solidarietà). Una vicenda spinosissima, specie dopo l’uscita di Ruini. «Non è un bello spettacolo - commenterà il prodiano Monaco -. Da ventiquattr’ore assistiamo a una rincorsa affannosa di zelanti politici che si preoccupano di farci sapere che la loro linea, la loro posizione coincide con quella di Ruini. Ma così non fanno un buon servizio né alla politica, né alla Chiesa, né a Ruini. Trattasi di missioni distinte... ».
Basta la parola, non occorre nome e cognome per comprendere come la costante politica di autoaccreditamento ecclesiale di Rutelli abbia superato il segno anche per molti compagni di partito (eccezion fatta per Beppe Fioroni). Il troppo storpia. Così, anche se le posizioni sui Pacs restano nel partito variegate («poco distanti», si minimizza), i tempi dei continui «strappi» sono ritenuti «errori gravissimi». Lo stop a una linea che rischia di creare danni alla leadership della Margherita nonché a quella dell’Unione è arrivato da tutte le componenti. Con toni sofferti di distinguo, da parte dei tre fedelissimi rutelliani che avevano a suo tempo sottoscritto il progetto di legge sui Pacs (Paolo Gentiloni, Ermete Realacci e Roberto Giachetti). Con toni ruvidi, da parte della pasionaria Rosy Bindi. Con toni concilianti ma fermi per Marini e il coordinatore Franceschini, cui è toccato il compito di riassopire il senso di una riunione tesissima. Dalla quale Rutelli si è allontanato in fretta e scurissimo in volto.
Come sempre, quando la temperatura raggiunge soglie letali, la soluzione è stata di attendere lo «sfebbramento». Ovvero: gruppo di lavoro che troverà «in tempi non brevissimi» un’intesa almeno all’interno del partito, eliminazione dall’agenda politica dei prossimi mesi del tema (in tal modo offrendo allo stesso Rutelli un punto d’incontro). Il leader però è stato costretto a ingoiare la riduzione della propria presa di posizione a «opinione singola», con la raccomandazione generale di non farlo più. Rosy Bindi la più chiara: «Basta - avrebbe detto -. Non si può ancora giocare a distinguersi a pochi mesi dalle elezioni. Non si deve ripetere ciò che è successo con il referendum sulla procreazione assistita. Certe strumentalizzazioni indeboliscono tutti e assumono il chiaro significato di un gioco a partite diverse, partite che nulla hanno a che vedere con l’Unione». Dal gancio sinistro al montante di Marini, ripetuto alla moviola (cioè con parole edulcorate) a beneficio dei giornalisti. «Ho fatto un intervento buonista all’unità, perché il lavoro per costruire il programma dell’Unione è molto delicato e ci deve spingere a privilegiare il momento dell’unità nella coalizione». «Nessuno dice che non ci si possa caratterizzare - avrebbe invece calcato la mano Marini in privato -, ma oggi è un lusso che non possiamo permetterci permetterci. Ogni botta che diamo a Prodi è una botta a noi stessi, France’».
L’evocazione della sindrome Tafazzi (l’autolesionista armato di bastone) ha compattato il partito attorno a una linea di conciliazione. Tanto più che, come ha ricordato Castagnetti, il crinale tra partito e magistero della Chiesa «a volte molto è stretto». E Rutelli? L’intervento dell’esecutivo è stato diramato quasi interamente per agenzia, cercando di riparare alla brusca frenata. Una storia puntigliosa di tutti i passaggi sui Pacs, che rimarca come il tema «non si sia mai affacciato tra le nostre priorità» e come per modificare «l’indicazione tassativa sulla natura della famiglia» andrebbe cambiata la Costituzione. Il succo era già noto: «Finché una posizione complessiva dell’Unione non sarà definita, è legittima l’espressione singola o di partito. Nessuno può essere criticato per questo, nessuno può presumere di rappresentare una posizione della coalizione non concordata». Il riferimento a Prodi è sembrato una ripicca dispettosa. Fatto sta che, ha riferito Franceschini, Rutelli ha precisato che la sua è una «posizione personale». E, ha raccontato Papini, «ha riconosciuto l’errore commesso». Amen.