Pacs, Unione zoppa al primo voto

L’Udeur si schiera con l’opposizione e la mozione ulivista passa con
una maggioranza risicata. Ds irritati per l’assenza di Rutelli. La patata bollente ora torna all’esecutivo ma le posizioni tra le anime della coalizione restano lontanissime

Roma - Proprio nel momento clou, quando dopo settimane di dilaniamenti nell’Unione si sta per arrivare finalmente al voto delle mozioni sulle coppie di fatto, il sistema elettronico di Montecitorio va in tilt. Il presidente di turno, il ds Carlo Leoni, si guarda intorno imbarazzato mentre i funzionari si agitano e l’aula che non riesce a votare rumoreggia. Cinque minuti di suspence, qualcuno ironizza: «È Ruini che ha staccato la spina!», poi finalmente l’impasse si sblocca. E le mozioni sui Pacs vanno via una dietro l’altra: bocciate quella dell’Udeur, quelle del centrodestra (Forza Italia, dopo lunga mediazione tra laici e cattolici, aveva presentato un testo che si limitava a chiedere al governo di non intervenire e di lasciare la questione al Parlamento) e quella della Rosa nel pugno. Approvata quella dell’Ulivo, che esplode in un applauso di sollievo: 301 sì (il centrosinistra, senza l’Udeur, ne conta 325), 266 no.
Deputati e ministri dell’Unione erano stati precettati in massa, uno per uno. Ma qualche assenza c’era: Massimo D’Alema (in Giappone), era giustificato. Ma l’altro vicepremier, il leader della Margherita Francesco Rutelli? «Ci ha fatto sapere di essere tornato dall’India con la febbre alta... guarda caso proprio oggi», sibilavano imbufaliti in casa ds. Rutelli a Montecitorio non si è visto, ieri. Ma anche il premier Romano Prodi è stato trattenuto a Palazzo Chigi da impegni di governo e dall’incontro con i vertici Fiat.
Fatto sta che fino all’ultimo, nelle file del centrosinistra, qualche timore c’era. Soprattutto quando a sorpresa il capogruppo dell’Udeur ha annunciato che i suoi avrebbero votato contro la mozione ulivista (un testo scarno che si limita a riproporre il testo di compromesso inserito nel programma prodiano), invece di limitarsi all’astensione. Gli altri gruppi di maggioranza avevano accettato di ritirare i loro ordini del giorno assai più decisi a favore dei Pacs. Con l’eccezione della Rosa nel pugno, il cui testo chiedeva al governo di difendere la laicità dello Stato contro le continue intromissioni vaticane. E la dichiarazione di voto del capogruppo Roberto Villetti ha suscitato scalpore in aula, quando ha chiamato in causa «vizi privati e pubbliche virtù» di quei leader, in testa il cattolico Casini, che «ha firmato la mozione dell’Udc di cui è il leader, che come voi sapete si scaglia contro le convivenze more-uxorio: i cattolici clericali sono quelli che nella propria vita privata non seguono i dettami della Chiesa ma li vogliono imporre paradossalmente a tutti gli altri». Dall’Udc si son levate proteste e grida di «vergogna», mentre molti nell’Unione applaudivano.
Superato lo scoglio parlamentare, e il timore che la dissociazione dell’Udeur provocasse ulteriori spaccature nell’Unione, ora la palla ripassa al governo. Che deve presentare il suo disegno di legge sulla regolamentazione delle unioni civili e votarlo in Consiglio dei ministri. La data più probabile resta quella del 9 febbraio, ma i problemi da risolvere sono ancora molti e molto spinosi.
Le ministre Pollastrini e Bindi stanno consultando tutti i colleghi di governo, ma le posizioni restano lontanissime: sugli anni di convivenza necessari per accedere ai diritti riconosciuti, sull’inserimento o no della pensione di reversibilità e del diritto alla successione. «Il ministro Ferrero (Rifondazione, ndr) propone due o tre anni - spiega chi sta lavorando al testo - e i cattolici ne pretendono almeno quindici: difficile conciliare le cose...». Il testo cambia di ora in ora, Amato «ne ha riscritto almeno metà perché diceva che non funzionava giuridicamente», ma i nodi chiave sono ancora tutti da sciogliere. E in casa ds (dove si assicura che D’Alema sia irritatissimo che «il governo si sia andato a infilare in questo ginepraio, invece di lasciare la palla al Parlamento») si chiede a questo punto una «mediazione politica» di Prodi in persona: «Si chiami lui tutti i ministri e li metta d’accordo, non possiamo trascinare ancora questa storia».