Padania libera? Il sogno di Bossi non sfonda nemmeno tra i leghisti

L’idea di un referendum per l’autonomia non sfonda nemmeno
nell’elettorato leghista dal Piemonte all’Emilia. E cinque anni fa la
devolution fu bocciata pure in settentrione. <strong><a href="/interni/ma_pancia_nord_puo_fare_brutti_scherzi/20-09-2011/articolo-id=546780-page=0-comments=1" target="_blank">Ma la pancia del Nord può fare brutti scherzi
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Dice Umberto Bossi che la secessione della Padania si farà, forse per via referendaria. Quel «forse» intriga più della certezza leghista di arrivare all’indipendenza. Perché il referendum non è legato soltanto alle sottili interpretazioni della Costituzione, ma soprattutto al risultato delle urne. E forse nemmeno il Senatùr è tanto convinto di avere con sé la maggioranza del Paese.
Il leader leghista vede la cartina geografica del Nord Italia come un tutt’uno compatto in camicia verde. Milioni di padani sono pronti a combattere per la libertà, ha ripetuto domenica. Ma sono disposti anche a mettere la croce sul «sì» all’ipotetico referendum secessionista? Questo è tutto da vedere.
Cinque anni fa, quando il Paese si pronunciò sulla riforma costituzionale federalista firmata Calderoli (la «devolution» comprensiva di riduzione del numero di parlamentari), le cose non andarono bene per la Lega. Il referendum fu bocciato, e questo si sa. Una bocciatura solenne (61,6 per cento di «no»), sancita da un’affluenza che sfiorò il 54 per cento.
Ma quello che non si ricorda è che nemmeno al Nord il referendum fece breccia. La «devolution» ebbe la maggioranza soltanto in Lombardia e Veneto, ed è molto probabile che oggi verrebbe confermata. Tuttavia, nel complesso delle regioni settentrionali, nella macro-area che comprende l’Emilia Romagna, i «no» ebbero il 52,6 per cento.
Nessuna delle maggiori province si convertì al verbo bossiano. Pollice verso a Milano, Torino, Genova, Venezia, Trieste, e non parliamo di Bologna la rossa. La sconfitta si abbatté perfino a Treviso città (non in provincia), feudo di Giancarlo Gentilini, il quale non a caso domenica è rimasto sulla riva del Sile senza scendere in laguna.
Il «sì» vinse soltanto in 23 capoluoghi del Nord: sotto il Po fino a Lampedusa non raggiunse il 35 per cento. Il sentimento indipendentista è prerogativa dell’Italia di provincia, da Novara a Udine passando per Imperia, Sondrio, Padova. Esso non sfiora le grandi città né chi già gode della propria autonomia, cioè Val d’Aosta e Trentino Alto Adige.
Cinque anni fa, alle elezioni del 2006, la Lega viaggiava sul 4 e mezzo per cento su scala nazionale e attorno al 15 per cento in Lombardia e Veneto. Oggi la situazione è diversa, ma non tale da garantire agli strateghi del Carroccio la certezza del trionfo secessionista. Da via Bellerio ribattono: facciamo come in Catalogna, vota soltanto il Nord per la propria autodeterminazione.
Ma dalle parti di Barcellona le cose andarono diversamente. L’autonomia della Generalitat de Catalunya fu concessa dopo la caduta del generale Franco senza consultazioni popolari. Il referendum del 2006 riguardava la modifica dello Statuto in vigore dal 1979. Negli scorsi mesi si è svolto una sorta di referendum autogestito sotto gazebo allestiti in centinaia di comunità catalane. La domanda era: «Vuoi che la Catalogna diventi uno stato indipendente, democratico e facente parte dell’Unione europea?». I «sì» hanno superato il 92 per cento. Ma i votanti non hanno raggiunto il 20 per cento.
In casa nostra, i sondaggisti non hanno ancora esplorato le pulsioni padane. Il professor Renato Mannheimer si limita a rilevare che «secondo le ultime rilevazioni gli italiani sono sempre meno interessati ai temi del decentramento e del federalismo».
L’Ispo, il suo istituto demoscopico, lo scorso giugno scandagliò le opinioni popolari sul trasferimento dei ministeri al Nord. Si dichiarò favorevole il 21 per cento del campione e il 56 per cento dell’elettorato leghista. Per il 64 per cento degli italiani (due su tre) quella mossa era «inopportuna» o «dannosa»: opinione condivisa perfino da quattro leghisti su dieci.
Insomma, se volesse proprio lanciare un referendum separatista, Bossi-Metternich non dovrebbe puntare all’indipendenza della Padania ma del Lombardo-Veneto. Soltanto qui avrebbe buone speranze.