"Padoa-Schioppa? È come Attila, fa terra bruciata"

Faccia a faccia con il conduttore del Dopofestival, in attesa della circolare salva ingaggi che dovrebbe dare il via alla kermesse. Sono trascorsi dieci anni dalla sua esibizione festivaliera, Sanremo è
rimasto tale e quale, cambiando l’ordine dei fattori, nel senso dei
presentatori, la polpa quella era e quella è e sarà

«Quando si incomincia a rivedere il passato allora si rallenta il futuro». Così, detta al mattino, prima di una giornata di markette e simili. Uno si aspetta il solito Pierino, cialtroneggiante, dedito alla burla, ora poi che gli hanno conferito il Burlamacco d’oro e pure un carro carnevalesco viareggino con tanto di pupazzone in cartapesta. In verità Chiambretti, in arte Piero, nell’esistenza sua Pietro Giovanni, è una cosa seria, non seriosa, contando ormai anni cinquantadue ha scoperto che se la vita è bella «ridere sempre e comunque non è serio».
Sono trascorsi dieci anni dalla sua esibizione festivaliera, Sanremo è rimasto tale e quale, cambiando l’ordine dei fattori, nel senso dei presentatori, la polpa quella era e quella è e sarà. Ancora Dopofestival, con la chicchetta di Briatore opinionista: «Ma no, sarà collegato una sola sera, lui e la sua “famiglia”, accadrà con altri esempi-tipo», fine dello scoop.
Pietro Giovanni è figlio di Felicita: «Un nome che fa venire in mente la monarchia sabauda ma con un accento anche il senso della mia vita e della sua. Mamma è una donna eccezionale, ha riscattato una infanzia difficile grazie al mio lavoro, lei è un grande valore per me». Del padre non dice, del resto questa è vita sua e che soltanto a lui appartiene, al di là dei gossippari di giornata.
Si chiudono i bagagli e si va in riviera. L’argomento di gran moda riguarda gli emolumenti dei protagonisti, dopo lo spalmadebiti per il football ecco il salvafestival, figliastro italianuzzo della finanziaria: «Padoa-Schioppa come Attila, dove passa è terra bruciata», Chiambretti non fa il Pierino, dice queste cose senza immischiarsi nella questione, non attacca, non fugge, non ghigna, non parteggia. Si limita a dire e pensare quello che ogni comune cittadino vivente dice e pensa. «Sono finiti i tempi in cui a Raitre avevo scelto un profilo fazioso, quella doveva essere la mia strada, come lo fu per Ferrara con l’Istruttoria, o lo è per Fede con il suo tiggi. Così facendo spacchi i giudizi ma con il tempo subentra la logica della pacatezza. È finito anche il tempo in cui giravo di qua e di là con la telecamera, stando in mezzo alla gente. Oggi lo fanno tutti, io mi sono ritirato negli studi».
Sanremo, terza prova, dopo Bongiorno, Vianello ecco Baudo, l’Under 21 è un’altra cosa. Sostiene Chiambretti: «La vecchia guardia è una garanzia, è segnale di professionalità, è l’immagine di una televisione matura come i suoi spettatori. Ma è anche il segnale di una assenza di ricambio. Nelle nuove leve c’è soltanto lo spirito imitativo. Nei provini. Ai quali assisto, mi trovo di fronte gente che ama presentarsi così: io sono tipo la Hunziker, io sono tipo Gerry Scotti, nessuno viene per fare se stesso».
Spiegato l’arcano, Chiambretti si presta al giochino da repertorio, un cognome un aggettivo un’immagine: «Bongiorno? D’acciaio, inaffondabile. Vianello? Leggero, in punta di piedi, etereo. Baudo? Una corazzata, lui non è un uomo è il festival, è la concentrazione del Paese, lungo come lo stivale, onnipotente, indubbiamente con lati spigolosi, caratterialmente con alti e bassi, lui soltanto alti, io bassi. Se lo conosci non lo eviti».
Letto il bignami dei presentatori, come direbbe Di Pietroantonio che c’accezza Chiambretti?: «Io gioco sul campo, sarei un’ala destra, corro sul filo dell’out, per qualcuno sto fuori, per qualcun altro sono decisivo, crosso, mi accentro e vado in gol. Sono un outsider naturale. Ho condotto, sì, il Festival del ’97 a sedici metri di altezza, lo sfondo dei cieli kenyoti, il tramonto africano e io angelo in contrasto. Passai come ragazzo simpatico, brillante, messo lì per interrompere la messa cantata, in verità accadde il contrario, Maffucci aveva bisogno di un dopo Baudo, un tipo opposto all’uomo di Militello e così si vinse alla grande. Ma, come si dice a Torino esagerùma nèn, stiamo con i piedi per terra».
Abbandonati i sedici metri ha vissuto qualche insonnia: «Ho vinto due Telegatti, ai tempi, poi non sono mai stato più nemmeno citato, forse perché sto a La7, eppure Markette qualcosa rappresenta». Contestazione, la Bignardi ha appena vinto, controreplica: «È il gioco dei vasi comunicanti. Così la giuria di un solo giornale decide il premio più importante per la tivvù. Non capisco ma ci credo».
Il ritorno in Rai porta a memorie: «Da quel tempo sono accadute moltissime cose, mi sono rotto una gamba, sono stato avvicinato da La7, ho pagato lo scotto del trasloco, la mia vita privata si è chiusa e aperta, con storie importanti. Sono appagato ma, come direbbe Bonolis, in me alberga sempre l’inquietudine. Passati i 50 anni le bombe cadono sempre più vicine. Perdi anche alcuni amici».
Entriamo nel viale della Malinconia, senza casi umani, posture di spalle: «Chi non ha questi pensieri è un idiota. Non mi sono montato la testa, resto Rin Tin Tin». Spiego ai contemporanei che il suddetto era un pastore tedesco, nel senso di cane fedelissimo, di un telefilm in bianco e nero, colori invisi al granatissimo Chiambretti: «Mi diverto con la play station, il Toro vince sempre, come accadeva con l’Inter. Poi spengo il computer e il sogno svanisce». Da martedì niente sogni, un pensiero per Felicita, il resto è festival.