Ma Padoa-Schioppa diceva: non c’è alcun collegamento

Durante il suo intervento al Senato il responsabile dell’Economia ha citato il carteggio tra Minale e i vertici delle Fiamme gialle come prova a discolpa di Visco. Cadendo però più volte in contraddizione

Roma - Nell’aula del Senato, la voce di Tommaso Padoa-Schioppa è ferma e decisa quando affronta il «cuore» dello scontro fra Visco e Speciale: il trasferimento degli ufficiali della Guardia di Finanza di Milano. «Va detta qui - sottolinea il ministro a Palazzo Madama - una parola chiara sul preteso nesso fra il caso Unipol e questa vicenda. Contrariamente a quanto cerca di far credere una campagna di stampa in corso da circa un anno, il nesso manca di ogni riscontro». Ed aggiunge con maggiore enfasi: «Che gli instancabili corifei di questa tesi non abbiano saputo a tutt’oggi citare un solo fatto a sostegno del loro canto è di per sé una forte ragione per pensare che il nesso con Unipol sia inesistente». Il resoconto della seduta sottolinea gli applausi raccolti dal ministro.
Ma c’è un particolare, nascosto nell’integrazione depositata a Palazzo Madama, che fa capire che le cose non stanno esattamente così. Nel documento agli atti di Palazzo Madama si fa cenno alla lettera inviata da Minale il 1° giugno 2006 (quella riportata nei servizi della pagina accanto, ndr); e viene usata quale ulteriore dimostrazione dell’«incomunicabilità» fra Speciale e Visco. «Va ancora segnalato - è scritto - che altrettanto inspiegabilmente il Comandante generale non aveva né trasmesso, né comunicato al viceministro il contenuto di una precedente lettera del dottor Minale inviata il 1° giugno 2006, con la quale gli esprimeva apprezzamento per il lavoro svolto dagli uomini della Guardia di Finanza». A parte il fatto che Minale ha scritto a Forchetti e non a Speciale; ma in questo passaggio il ministro dice che Visco non sapeva dei contenuti della lettera e del buon lavoro fatto dalle Fiamme gialle di Milano, come testimoniato dal Procuratore della Repubblica. Lettera che Forchetti ha ricevuto prima che Visco assumesse le deleghe sulla Guardia di finanza (il 9 giugno 2006).
In un passaggio successivo, però, sembra cogliere quasi una contraddizione: se Visco avesse saputo «il contenuto della lettera gli avrebbe offerto ulteriori e diversi spunti di valutazione». Insomma, se Visco avesse saputo che in quella lettera a Forchetti, Minale lo informava del buon lavoro degli ufficiali sul caso Antoveneta, forse non avrebbe chiesto il loro trasferimento.
Quindi, il viceministro sapeva che in quella lettera (forse lo ha appreso successivamente, come scrive Padoa-Schioppa) si apprezzava il lavoro svolto sull’Antonveneta. E perché, al Senato il ministro dice che non c’è alcun nesso con il caso Unipol e i trasferimenti? Forse Visco avrà appreso successivamente i motivi per i quali Minale (anche nei colloqui diretti) invitava a una «gradualità negli avvicendamenti». Ma perché in Parlamento, il ministro dell’Economia ha detto l’altroieri che non c’è nesso, quando quegli ufficiali che il suo vice voleva spostare indagavano proprio sulle operazioni finanziarie dell’«estate dei furbetti del quartierino»?
Non è finita. Sempre nel documento accluso al suo intervento, Padoa-Schioppa giustifica gli avvicendamenti degli ufficiali e critica il lungo periodo trascorso (soprattutto da Forchetti e Lorusso) a Milano. Con un particolare.
Gli ufficiali coinvolti si sono trovati ad indagare su questioni esplose in quell’estate dei veleni. Al punto che è lo stesso magistrato a chiedere di sospendere ogni loro trasferimento: decapitare il nucleo delle indagini, voleva dire farle ripartire da zero. E qui viene l’atto d’accusa nei confronti degli ufficiali. Che devono essere rimossi perché se restano troppo tempo in un luogo stringono rapporti confidenziali con la magistratura, la stampa, gli operatori economici.