Padoa-Schioppa, il ministro «ostaggio» dei vice

Gian Battista Bozzo

da Roma

Sulla carta è «solo» un viceministro. Nella realtà, alla maggior parte dei ministri titolari basterebbe avere la metà delle deleghe che Romano Prodi ha affidato a Vincenzo Visco: competenza piena in materia tributaria e fiscale, e su Agenzie fiscali, Monopoli, Secit, Guardia di finanza, Scuola superiore dell’Economia e delle Finanze (che infatti Visco ha fatto subito sloggiare dagli uffici di Piazza Mastai, a Roma, dove il superviceministro si è insediato).
Di fatto, è rinato il vecchio ministero delle Finanze, che Franco Bassanini aveva accorpato con il Tesoro, e successivamente con il Mezzogiorno, nel ministero dell’Economia. Vice di diritto ma ministro di fatto, Visco «coordinerà le attività dei sottosegretari di Stato cui sono delegati compiti in materia tributaria e fiscale», parteciperà al Consiglio dei ministri quando si discute di tasse e fisco, avrà rapporti diretti con le istituzioni, le Regioni e gli Enti locali.
Al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa rimane il potere di «indirizzo politico», e la rappresentanza «unitaria» nelle sedi internazionali, dal G8 all’Unione europea. «TPS» ritorna di fatto a essere il vecchio ministro del Tesoro, che già prima dell’unificazione dei dicasteri rappresentava il Paese nei vertici internazionali.
A dirla tutta, la superdelega concessa a Visco rappresenta una bella sforbiciata ai poteri del ministro dell’Economia. Il «costante raccordo» fra il titolare e il supervice - «secondo modalità di reciproco scambio d’informazioni, di consultazioni, di valutazione comune e di condivisione delle linee di azione» - previsto dal provvedimento di delega, vorrebbe tutelare Padoa-Schioppa ma in realtà mette il ministro e il suo viceministro in posizione, quantomeno, di parità. Tanto per fare un esempio, gran parte della prossima manovra economica correttiva e della successiva legge finanziaria, quella che riguarda il fisco e la lotta all’evasione, sarà sotto la responsabilità del viceministro diessino; mentre a Padoa-Schioppa resterà il compito ingrato di fare il «signor no», cioè di alzare un muro tecnico davanti alle richieste politiche dei tanti ministri di spesa. Compito non facile, e assolutamente impopolare.
Ma non è soltanto la grossa fetta fiscale a essere stata tagliata dalla torta dell’Economia. Al secondo viceministro, Roberto Pinza, sono state affidate le deleghe sul credito, sul bilancio dello Stato (legge finanziaria compresa) e sulla finanza locale. Sarà Pinza, non Padoa-Schioppa, a trattare con le autonomie locali il patto di stabilità interno. Sarà sempre Pinza a verificare gli andamenti delle spese sociali, previdenziali e sanitarie. Su tutti questi argomenti, il viceministro-bis seguirà i lavori parlamentari, interverrà in Aula e si avvarrà della collaborazione dei sottosegretari. Sotto la responsabilità dell’esponente della Margherita le questioni legate al sistema finanziario e bancario (Fondazioni comprese), i mercati finanziari, la vigilanza sugli enti pubblici, persino il riordino e la liberalizzazione delle professioni. Pinza curerà infine i rapporti con le autorità di vigilanza, la Cassa depositi e prestiti, le «società da essa partecipate», come Eni, Enel, Poste, StM.
Ricordando che il coordinamento del Cipe (il Comitato interministariale per la politica economica) è stato trasferito a Palazzo Chigi, e che la competenza sul Mezzogiorno è passata nelle mani di Pierluigi Bersani e del suo ministero dello Sviluppo, resta da chiedersi che cosa resti a Padoa-Schioppa, oltre alla rappresentanza nelle sedi internazionali. Difficile a dirsi. Forse, prima o poi, se lo chiederà anche lui.