Padoa-Schioppa salva lo scalone di Maroni e "licenzia" la sinistra

A una settimana dal Dpef il ministro dell’Economia boccia le voci di modifica del sistema pensionistico e lancia l’allarme: "La spesa pubblica adesso è fuori controllo"

Roma - Fra una settimana esatta il governo si è impegnato a presentare il Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria). E nel vertice con le parti sociali di ieri a Palazzo Chigi, Tommaso Padoa-Schioppa fa capire cosa intende scrivere (o non scrivere) su quel documento che porterà la sua firma.
Innanzitutto non scriverà che vuole abolire lo scalone previdenziale. Le posizioni del ministro sulla riforma previdenziale sono come un fiume carsico: spesso le nasconde; ma da una settimana sono alla luce del sole. Secondo Padoa-Schioppa, rompere l’equilibrio dei conti previdenziali (garantito dalla riforma Maroni-Tremonti) innescherebbe un giudizio «catastrofico» da parte della Commissione europea. «Se qualcuno di voi - ha detto durante la riunione, come riferito da fonti dell’Economia - si fa un giro a Bruxelles lo potrà verificare da solo». Ed è noto che Almunia ritiene che la riforma previdenziale del precedente governo non deve essere modificata. Gli uomini di Padoa rammentano che l’Italia è ancora sotto procedura di deficit eccessivo; quindi, deve assumere atteggiamenti più virtuosi di altri Paesi. Insomma, deve restare lo scalone.
A sostegno di questa tesi (che stride con quanto detto dal ministro al Conclave di Caserta: i conti previdenziali non destano preoccupazione), uno studio della Ragioneria generale dello Stato. Lo studio, approdato sui giornali martedì scorso (cioè lo stesso giorno del primo vertice governo-parti sociali), indicava in un costo di 65 miliardi l’eliminazione dello scalone. In quell’occasione, Prodi in persona consigliò a Padoa-Schioppa di non presentarsi all’appuntamento, per evitare l’ira dei sindacati: sospettavano che dietro la «velina» ai giornali ci fosse la mano del ministro.
Ora quei sospetti sono diventati realtà, con le prese di posizione - in pieno vertice - del ministro. Non solo. A fronte della richiesta di Epifani di considerare l’aumento dei contributi contenuti nella Finanziaria una forma per recuperare risorse per eliminare lo scalone, sempre il ministro precisa che l’aumento dello 0,3% delle aliquote contributive «non può compensare» l’abolizione dello scalone.
E ancora. Sempre fonti dell’Economia ricordano che il «tesoretto» è a rischio. E che non potrà certo superare i 2,5 miliardi. «Da marzo a oggi - dice Padoa-Schioppa durante la riunione - le previsioni si sono evolute in peggio. A fronte di un andamento buono delle entrate, alcuni fattori sono andati male». Insomma, sono aumentate le spese; segno che la legge finanziaria non riesce a tenere sotto controllo le uscite dello Stato. In più, anche il positivo andamento delle entrate - fanno capire all’Economia - potrebbe essere a rischio. Soprattutto per le critiche che stanno registrando in questi giorni gli studi di settore; o meglio, i loro adeguamenti. «In questi giorni è in corso - ricorda il ministro a Palazzo Chigi - un’offensiva che che può portare a un sostanziale cambiamento sul fronte delle entrate». Come a dire: le critiche agli studi di settore potrebbero far diminuire il gettito.
Giovedì prossimo il governo presenterà il Dpef, e con esso un decreto legge che dovrebbe utilizzare il «tesoretto». All’Economia, però, stanno anche pensando di far approvare il Documento e il provvedimento dal Consiglio dei ministri, ma presentarli a metà della settimana successiva in Parlamento. Così da guadagnare il maggior tempo possibile, e favorire l’approvazione del decreto con il voto di fiducia, vista l’imminente chiusura delle Camere per la pausa estiva.
Una strategia rischiosa per il governo. Tant’è che nel Palazzo c’è chi pensa che dopo le prese di posizione del ministro, lo stesso stia pensando a un’uscita dall’esecutivo. I più maligni, invece, immaginano che Padoa-Schioppa, in questo modo, si stia accreditando per un futuro governo «tecnico». E lui resterebbe a Via XX Settembre.