Padova, avvertimento allo Stato: fuoco alla casa del capo della Digos

L’atto dimostrativo contro l’uomo che ha seguito le indagini anti-terrorismo degli ultimi giorni. Le fiamme hanno provocato pochi danni, ma in città la tensione è alta

nostro inviato a Padova
Il messaggio è chiaro: tu controlli noi, ma noi controlliamo te, sappiamo dove abiti e possiamo colpirti. Lucio Pifferi, capo della Digos di Padova, è il dirigente che ha seguito le indagini sul terrorismo in Veneto. Ed è sotto casa sua che ignoti attentatori l’altra notte hanno sparso liquido infiammabile al quale hanno appiccato il fuoco. Le fiamme non hanno provocato danni gravi, soltanto qualche bruciacchiatura al portone. La gravità sta nel gesto stesso di spingersi sotto l’abitazione e sfidare apertamente il poliziotto che incarna l’inchiesta, uno dei principali artefici degli arresti di sindacalisti e aderenti al centro Gramigna sospettati di appartenere all’eversione rossa. Dei 15 fermati lunedì, 11 sono dell’ambiente padovano.
In questura preferiscono non chiamarlo attentato, ma un atto dimostrativo che ufficialmente non viene ricollegato all’operazione antiterrorismo. «Stiamo portando a termine tutti gli approfondimenti necessari e opportuni di polizia giudiziaria. In queste ore non si può aggiungere nulla di più», dice il questore padovano Alessandro Marangoni. L’azione è avvenuta attorno alle 2 di notte: il portone della casa di Pifferi e il marciapiede sono stati cosparsi di un miscuglio di benzina e altre sostanze che è stato incendiato. Il fuoco però non si è alimentato. Un passante ha chiamato il 113 ma quando sono arrivate le volanti della questura le fiamme si erano già spente da sole.
L’abitazione del numero uno della Digos padovana si trova in pieno centro città. Nel palazzo abitano quattro famiglie. Pifferi, che ha 41 anni, dissimula la preoccupazione per l’incolumità propria e dei suoi familiari. Ha passato la mattinata in questura a rispondere alla pioggia di telefonate di solidarietà che gli sono arrivate. Per ognuno una risposta tranquillizzante: «Teniamo i piedi per terra», «È una cosa da poco», «Forse abbiamo colto nel segno ma non c’era bisogno di questo atto per averne la conferma», «Sono serenissimo».
Pifferi dispensa ottimismo, ma l’intimidazione contro di lui ha alzato la tensione in città, già elevata. Il giorno dopo la retata, con la Cgil sotto choc, sui muri della Final di Vigonza dove lavoravano due dei presunti terroristi erano comparse scritte che inneggiavano alla loro libertà. Ieri sui parabrezza delle automobili parcheggiate nei pressi della stessa azienda sono stati piazzati volantini di solidarietà con «i compagni arrestati». Infine, l’incendio al portone di casa Pifferi. Un funzionario entrato in polizia nel 1993 e con una carriera tutta interna alla Digos di Padova, prima come funzionario e dal 2001 come dirigente. Un poliziotto che conosce come pochi altri il magma antagonista che ribolle nella città del Santo. Un bersaglio perfetto cui far giungere un avvertimento: ne avete presi 15, ma c’è sempre qualcuno pronto a prendere il loro posto.