A Padova il Comune ospita la scuola delle Br

Tre degli arrestati vivono nelle case popolari, due con regolare contratto. L’assessore: non dipende da noi

nostro inviato a Padova
Pubbliche le case dove vivevano i presunti capi della cellula padovana delle nuove Brigate rosse, pubblico anche il ritrovo dove progettavano le loro attività e s’indottrivano studiando i classici del marxismo militante. Il centro popolare occupato Gramigna ha sede in una ex scuola media intitolata al pittore Tiziano Vecellio, un vecchio edificio del Comune. Una costruzione squadrata, colorata di rosso; sulla facciata un grande murale che effigia Che Guevara, una falce e martello, due scritte che la dicono lunga: «W Carlo Marx» e «Digos boia».
Avevano la passione degli edifici pubblici, gli arrestati di una settimana fa per banda armata. Il Gramigna, nato dai frammenti dell’Autonomia sgretolata dall’inchiesta 7 aprile, ha occupato 13 spazi pubblici in vent’anni. Dai primi 12 è stato sfrattato; dalla scuola Vecellio ancora no. «La giunta di centrosinistra sta studiando una sanatoria di tutte le occupazioni abusive di immobili - dice Domenico Menorello, consigliere comunale di Forza Italia -. Per la sinistra la legalità ha due velocità: massimo rigore per i cittadini normali, al rallentatore per i centri sociali, gli occupanti abusivi, i clandestini. Se andrà in porto, questa sanatoria non va certo nella direzione di contrastare l’humus da cui nasce l’eversione. Una scelta che può essere fraintesa come via libera a una sorta di impunità». Sulla stessa linea Maurizio Saia, senatore padovano di An: «L’amministrazione di Giustina Destro sgomberò due volte il Gramigna. La giunta attuale che non muove un dito deve farsi un bell’esame di coscienza».
L’assessore alla Casa, Daniela Ruffini, è una giovane e battagliera rappresentante di Rifondazione. «Nel 1988, quando Claudio Latino entrò nell’alloggio comunale, io facevo le scuole medie», precisa. Per la Ruffini l’amministrazione guidata dal diessino Flavio Zanonato non ha nulla da rimproverarsi: «Due degli arrestati, Andrea Scantamburlo e Davide Bortolato, erano abusivi ma hanno ottenuto un regolare contratto d’affitto in virtù di una legge regionale del 1996 (governatore Galan) che consentiva una sanatoria delle occupazioni. Anche Claudio Latino ebbe un’assegnazione; successivi controlli nel 2003 evidenziarono che non abitava più in quell’alloggio e nel 2005 la nostra amministrazione avviò le pratiche per fare decadere il contratto. La decisione della decadenza non spetta però al Comune, ma a una commissione mista e i tempi non sono brevi».
Tre casi tutti diversi. Latino subaffittava l’alloggio popolare ottenuto a fine anni ’80 in via Citolo da Perugia. In un controllo i vigili scoprirono che l’appartamento era utilizzato «da un uomo di nome Davide di circa 40 anni che lavora come infermiere ad Abano Terme»: era Davide Rotondi, un altro degli arrestati.
Bortolato aveva invece occupato un alloggio popolare. La legge regionale del 1996 non introdusse un condono generalizzato, ma diede ai Comuni la facoltà di sanare casi particolari. E fu il Comune di Padova (sindaco Zanonato) a istituire la commissione che trasformò l’abusivo in affittuario in considerazione del suo basso reddito. A Bortolato fu anche consentito di pagare a rate l’indennità per il periodo di occupazione illegale.
Infine, il caso Scantamburlo. Siamo nel 1999: anche lui aveva occupato un alloggio Ater, in piazza Toselli. Viveva con Sara Salimbeni, sua attuale compagna, attivista Cgil ora indagata. Avevano una bimba di pochi mesi. Una situazione di disagio, di cui si interessò Claudio Sinigaglia, allora vicesindaco del Ppi e adesso vicesindaco della Margherita. Ai due fu consigliato di abbandonare l’appartamento in modo da non risultare occupanti abusivi; a quel punto Sinigaglia, tenendo conto della piccina, sfruttò le pieghe della legge e - in deroga alla graduatoria - fece assegnare a Scantamburlo e compagna una casa in via Citolo da Perugia, vicina a quella di Latino. Era una situazione di «emergenza abitativa».