Padova, giustizia troppo lenta e 15 banditi dell’est tornano liberi

Erano una banda in fase crescente. Erano in tanti, conoscevano bene il territorio, erano feroci e organizzati. Così bene organizzati da essere ormai pronti, dopo un centinaio tra furti e rapine, a fare il «salto di qualità»: entrare nel giro della prostituzione. Fortunatamente la loro ascesa della gerarchia criminale era stata interrotta l’ottobre scorso dagli uomini della squadra mobile di Padova. Ieri però gli effetti di quel colpo sferrato dalle forze dell’ordine alla criminalità straniera sono stati azzerati, sfumati tra i corridoi e le carte dei palazzi di giustizia. Per decorrenza dei termini della custodia cautelare 15 persone di nazionalità moldava e romena, tutti membri della banda che ha terrorizzato negli ultimi due anni il nord est, sono tornati in libertà. Alla polizia erano serviti otto mesi di attività febbrile per arrestarli, al tribunale ne sono bastati sei per farli tornare per la strada.
Di quest’ennesimo episodio di malagiustizia non è ancora chiaro di chi sia la colpa, né se di vera colpa si tratti. Fare luce sull’accaduto sarà eventualmente compito del ministero di Giustizia. Quel che è certo è che dopo sei mesi, il massimo per la carcerazione preventiva, il pm non poteva chiedere la proroga delle indagini, avendole già concluse. Il gip da parte sua non ha avuto il tempo di fissare l’udienza preliminare, e quindi ha dovuto firmare per i 15 fortunati immigrati provvedimenti di scarcerazione con la disposizione di misure alternative, quali l’obbligo di firma o di dimora. Sul rispetto dei provvedimenti, da parte degli indagati, ora di nuovo a piede libero, qualche sospetto è lecito. Considerando i reati che sono sospettati di aver compiuto, è difficile credere che aspetteranno quieti che il processo venga celebrato. Come locuste si spostavano di area in area, attraverso le frontiere europee, per saccheggiare. Secondo il Gazzettino, che ieri ha ricostruito la storia di questi banditi venuti dall’est, la banda era composta in tutto da una sessantina di persone, per la maggior parte romene, specializzate in rapine in casa e negozi. Soprattutto con la tecnica della «spaccata»: sfondare la vetrina di un negozio con un tombino o una macchina rubata per poi caricarla di merce e sgommare via. Quarantasette i furti contestati, un centinaio quelli di cui sono sospettati. Un’attività che aveva permesso ai romeni di mettere da parte oltre 200mila euro di bottino, tutti soldi rubati a piccoli imprenditori ed esercenti di quell’area del Paese, il triveneto, da sempre terreno di caccia preferito dalle bande di rapinatori.
«Bella roba - questo il commento di Alberto Bongiovanni, titolare di un negozio di elettrodomestici a Noventa Vicentina teatro di un colpo della banda -. Così ora questi possono tornare liberi in un territorio che conoscono bene, dove hanno contatti, amicizie e qualche conto da regolare. E a noi non resta che aspettare che ci facciano visita un’altra volta. Mi cascano le braccia. Dov’è la sicurezza che ci dovrebbe essere garantita?».
«Sono deluso, nauseato - dichiara Alberto Battiston, titolare di un negozio di cosmesi a Montebelluna, nel trevigiano -. Ho subito tre furti in tre anni al negozio, e due in casa. Come volete che mi senta quando vengo a sapere che quelli che mi hanno derubato sono fuori dopo appena sei mesi di cella? Dopo che l’assicurazione mi ha negato il rinnovo della polizza del negozio perché ero un cliente troppo a rischio? Sia chiaro però che non ce l’ho con le forze dell’ordine, anzi. I poliziotti fanno quello che possono, si sacrificano. Anzi, sono sicuro che loro sono i più arrabbiati per una cosa del genere. Sono loro che rischiano la vita per affrontare gente del genere».
«È colpa delle leggi che abbiamo - commenta il signor Claudio, direttore della panetteria La Barchessa di Villadose (Rovigo), svuotata dai banditi -. A Roma qualcuno dovrà decidersi a cambiare i procedimenti dei processi, che durano troppo e non garantiscono la giustizia». Si associa nell’augurarsi un cambiamento dall’alto dell’amministrazione della giustizia Giuseppe Pivaro, titolare dell’officina di riparazioni auto di Rovigo: «Facciano un governo fatto bene, facciano in modo che i processi durino cinque o sei mesi, non anni e anni. Ma ci rendiamo conto? Ora 15 criminali sono in giro, liberi di farmi altri danni. Cosa mi dà questo Stato?». Per ora tanta rabbia.