Via Padova nel giorno della pace? Un accoltellato, rapine e arresti

Non c’è pace per via Padova, a quattro giorni dall’omicidio di un giovane egiziano che ha scatenato la rivolta dei suoi connazionali. Ieri, a cercare di mandare un messaggio di distensione, sfilano insieme per le vie del quartiere egiziani e sudamericani, le due etnie protagoniste delle violenze di sabato, chiedendo scusa a chi ha avuto auto e negozi devastati.
I peruviani lasciano dei mazzi di fiori sul luogo dove è stato ucciso Abdel Aziz el Sayed Abdou. Ma a partecipare sono in poche decine. E la loro manifestazione viene bruscamente oscurata dagli episodi di violenza che tornano a segnare la giornata di ieri nelle strade della zona: episodi che fino alla settimana scorsa non sarebbero neanche finiti sui giornali, e che adesso assumono inevitabilmente un altro risalto. Un po’ perché su via Padova sono puntati i riflettori dei media. Un po’ perché tutta la zona continua ad essere presidiata massicciamente dall'esercito e dalle forze di polizia, e fa un po’ impressione che ciò nonostante continui ad accadere di tutto: rapine, risse, accoltellamenti.
Cominciano di buon mattino cinque o sei giovani a picchiarsi di santa ragione in via Porpora, a poche decine di metri dai blindati della Celere che presidiano l’imbocco di via Padova. Non è chiaro il motivo per cui scoppia la rissa, pare per futili motivi, ma la situazione degenera in fretta. Salta fuori un coltello che ferisce uno dei contendenti, un algerino di diciassette anni. La differenza, rispetto a quanto accade di solito, è che l’intervento della Volante è pressocchè immediato e a colpo sicuro, nel giro di un’ora tre nordafricani sono già in Questura, fermati con l’accusa di lesioni aggravate. Neanche il tempo di chiudere questa pratica, e in via Padova risuonano di nuovo le sirene: un negozio di profumi è stato rapinato da un uomo che punta un taglierino contro la commessa e si fa consegnare 700 euro. In questo caso, non basta la vicinanza delle forze dell’ordine a impedire che il responsabile dell’impresa svanisca nel nulla.
Intanto proseguono le indagini sull’omicidio che ha scatenato il pandemonio di sabato sera, senza che vengano registrati passi avanti. Mentre invece ormai sostanzialmente conclusa è la caccia ai responsabili delle violenze che a quel delitto sono seguite. Ieri con la identificazione e la cattura da parte dei carabinieri del Nucleo informativo di un decimo partecipante agli scontri si esaurisce probabilmente la fase degli arresti. Anche perché se a cinque giorni dalla rivolta i protagonisti si fanno ancora tranquillamente trovare nella zona di via Padova, questo dimostra che non hanno intenzione di fuggire e l’unica motivazione possibile per arrestarli viene meno: soprattutto dopo che il giudice preliminare Maria Grazia Domanico ha cancellato dai provvedimenti a carico dei primi fermati i sospetti di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato, contestati dai pm. Secondo il giudice - che pure ha confermato i fermi disposti dalla Procura - non c’è il pericolo che gli stessi arrestati ripetano imprese come quelle di sabato sera: perché in quel caso a scatenare la violenza è stato un episodio, l’omicidio del giovane egiziano, molto grave e (si spera) difficilmente ripetibile.
Le indagini, però, vanno avanti. Digos e Nucleo informativo dei carabinieri continuano ad incrociare le immagini scattate durante gli scontri con le facce che circolano nelle strade intorno a via Padova.
Se altri protagonisti delle violenze dovessero venire individuati, è probabile che a questo punto nei loro confronti scatti soltanto la denuncia a piede libero: a meno che non emergano, oltre a quelle dei facinorosi immortalati dai teleobiettivi, anche responsabilità più «alte», da parte di chi potrebbe avere soffiato sul fuoco della rivolta. Perché la vera storia delle tre ore passate tra la morte del povero Abdel Aziz e l’esplosione della rabbia potrebbe essere più complessa di quanto è emerso finora.