Via Padova, in piazza inneggiando ad Allah

Alla manifestazione dei centri sociali hanno preso parte numerosi
islamici. Tra gli altri slogan: via la polizia dal quartiere E gli
agenti insorgono dopo aver scoperto che la burocrazia ha rimesso in
libertà gli autori delle violenze dei giorni scorsi

Giulia Guerri

«Allah è grande». Il coro parte dalle prime file del corteo e rimbalza in una via Padova deserta, con traffico bloccato e le forze dell’ordine da un capo all’altro della strada. Con gli egiziani che urlano ai megafoni e i rappresentanti dei centri sociali di via dei Transiti che gli aprono la strada con un furgone sul quale hanno appeso la scritta «La rivolta non si processa». Eccola l’ultima manifestazione organizzata ieri sera dal «Comitato Antirazzista» dopo i fatti di sabato scorso. Cento, centocinquanta persone non di più tra italiani e stranieri che hanno sfilato per il quartiere scandendo i soliti slogan contro il governo, la presenza dell’esercito, il razzismo e bloccando per ore il traffico. «I rastrellamenti casa per casa - dicono i promotori - sono iniziati da più di un anno e in questi giorni i poliziotti suonano alle porte degli stranieri». Poi dai megafoni arriva un messaggio che suona come un incitamento ad una resistenza sociale, esplicito e diretto ai fratelli immigrati. Dice di opporsi ai controlli delle forze dell’ordine per «non lasciare lavorare la polizia tranquilla e in pace. Se vedete un controllo intervenite. La nostra è una lotta per la vita, dobbiamo alzare la testa e sfidare la paura». Giurano di non voler più assistere a uno scontro tra comunità straniere, parlano di una fratellanza che supera ogni nazionalità. E però in mezzo al corteo ci sono soltanto nordafricani. I sudamericani hanno abbassato le serrande dei loro negozi. «Abbiamo ancora paura, certo. Noi a quest’ora stiamo ancora lavorando». Tra le prime file si riconoscono anche alcuni dei ragazzi che hanno distrutto le vetrine dei locali, ripetono che è stato giusto così, ribellarsi andava bene. La processione si ferma davanti al civico 80. Un minuto di silenzio per ricordare il ragazzo ucciso con una preghiera in arabo e poi le file si sciolgono.
Fa discutere intanto il rilascio dei clandestini fermati nei giorni successivi alla rivolta nella zona di via Padova. Un termosifone divelto durante gli ultimi disordini di circa un mese e mezzo fa in uno dei due container in muratura destinati, nel centro d’identificazione di via Corelli, agli immigrati clandestini di sesso maschile trattenuti prima dell’espulsione, infatti, ha obbligato a chiudere l’edificio, dimezzando i posti disponibili da 56 a 28. E obbligando la polizia a consegnare agli irregolari l’ordine del questore a lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni e quello di espulsione del prefetto, lasciandoli quindi liberi di andarsene in giro a delinquere come prima.
In merito al fatto,denunciato dal segretario generale Lombardia Ugl-polizia di Stato Emanuele Brignoli, il questore Vincenzo Indolfi e il prefetto Gian Valerio Lombardi hanno preferito non esprimersi, mentre sono intervenuti altri sindacalisti della polizia.
«È impensabile che questi clandestini tornino in libertà. Mi pare evidente la mancanza di un vero e proprio progetto d’integrazione: quelli adottati dopo i fatti di via Padova sono solo provvedimenti d’emergenza - sostiene Mauro Guaetta, segretario provinciale generale del Siulp -. Serve un tavolo di confronto sociale sulla sicurezza». È dello stesso avviso anche Carmine Abagnale, segretario generale provinciale del Coisp e vice presidente della commissione Sicurezza del Comune. «Quando si ferma un clandestino ci deve essere la certezza dell’espulsione - dichiara Abagnale -. Il momento è troppo difficile per non studiare il fenomeno a fondo e fare proposte complete».