Padova, uccide la figlia con quattro colpi alla schiena

La tragedia forse scatenata dai debiti del padre di Camilla, ragazza modello ammirata da tutti. Gli amici: <strong><a href="/a.pic1?ID=210397">&quot;Voleva che lui si curasse&quot;</a></strong>

Padova - Camilla Chignoli stava riordinando la camera. Faceva quello che ogni papà - di solito invano - chiede ai figli. Invece lei stava mettendo a posto, sistemava l'armadio, via le magliette e fuori i maglioni. È morta così, da ragazza modello, obbediente e precisa, immersa nella banalità del bene, seguendo l'educazione ricevuta dal «vecio» che le ha tolto la vita dopo avergliela data. «Cami» era la figlia che tutti vorrebbero, ripetevano in coro ieri i vicini di casa. L'unico che non l'ha voluta è stato suo padre.

Perché? Perché un papà uccide la figlia? Perché lo fa come il più feroce dei sicari, avvicinandosi in silenzio e sparando alla nuca? In quale abisso bisogna calarsi per tentare una risposta? Nulla torna, in questa vicenda. La famiglia Chignoli è serena e agiata. La villetta liberty a due piani all'Arcella, quartiere popolare e multietnico di Padova, ne è lo specchio. Non un segno di sporco sull'intonaco color salmone, non un filo d'erba spettinato sul prato all'inglese, nemmeno un accenno di ruggine sulle inferriate che proteggono giardino e finestre: l'immagine di un solido benessere. Papà e mamma sono due professionisti affermati: lui, Adalberto Chignoli, 56 anni, commercialista, gestisce con un socio un'agenzia di leasing finanziario in Riviera dei Mugnai, pieno centro; lei, Antonella Amandolesi, 51, è una psicoterapeuta specializzata nel seguire le coppie adottive o affidatarie.

I due figli non danno problemi. Tobia, 14 anni, quarta ginnasio al Concetto Marchesi: libri, palestra, tanti amici. E Camilla. Bella, alta, bionda, con un'eleganza un po' da collegiale, gonna, camicetta e mai un capello fuori posto, sempre un sorriso per tutti, laurea recente in scienze politiche. Si preparava al biennio di specializzazione, giocava a pallavolo, amava cucinare e cantare. Aveva una voce da soprano, ogni domenica cantava nel coro di Sant'Antonino, la chiesa dell'Arcella frequentata assiduamente da tutta la famiglia Chignoli. «Era la loro seconda casa - dice il parroco don Michele Pozza - lei dirigeva il coro dei più piccoli. Il padre è una persona carica, gentile, così accogliente da togliere il fiato».

I vicini raccontano di una vita normalissima. Mai uno screzio in pubblico, ogni tanto qualche strillo domestico, magari violento, straziante. Il segno di un disagio. Nessuna conferma neppure al litigio che, secondo le prime notizie, avrebbe armato la mano dell'uomo. Il dirimpettaio dipinge Adalberto come «un cordialone appassionato del giardinaggio e dell'ordine»: una volta alzò la voce per un cassonetto fuori posto, un'altra per una radio troppo alta. Il ritratto di Camilla è il mosaico di una favola: «Per tutte le mamme del patronato era una figlia», «un angelo», «l'altro giorno faceva la spesa con sua madre e le ho invidiate, erano l'emblema della felicità», «a messa una accanto all'altra erano un corpo e un'anima».

Ma Adalberto Chignoli nascondeva un segreto: i debiti. Da qualche anno gli affari non andavano bene, investimenti sbagliati, una crisi che si prolungava invece di risolversi. E nemmeno una parola con i familiari. Soltanto Antonella Amandolesi aveva notato un cambiamento nel marito, più chiuso, nervoso. Cinque mesi fa, contro il volere di lei, l'acquisto di quella pistola, una Mauser 7,65. E poi la tragedia di lunedì: il papà che rincasa verso le 17, sale al primo piano, ammazza la figlia sparandole alle spalle, fugge in auto, manda un sms alla moglie invitandola a non tornare «perché ho fatto una stupidaggine», la donna che trova Camilla in un lago di sangue tra il letto e l'armadio, l'uomo che viene rintracciato verso mezzanotte, interrogato e arrestato alle cinque del mattino. Ha con sé la pistola. È stato lui. E neppure lui sa dire perché.