Padre Bossi, liberato senza pagare riscatti

Dopo la liberazione, il "gigante buono" di Abbiategrasso ringrazia il Pontefice per le preghiere e racconta i suoi 39 giorni di prigionia: "Ero un mezzo per ottenere un riscatto". Ma la polizia filippina smentisce l'ipotesi di pagato il gruppo di Abu Sayaaf il rilascio del prete. Il missionario: "Tornerò il prima possibile". Il Papa chiama Prodi: ringrazio tutti

Manila - La gioia e il sollievo hanno lasciato spazio alle polemiche e ai dubbi. Sarà stato pagato o no un riscatto per la liberazione di Padre Bossi? Il capo della polizia di Mindanao, Caringal, ha smentito le voci che parlano del pagamento di un riscatto. Eppure Padre Giancarlo Bossi dichiara: "Ero un mezzo per ottenere un riscatto", evocando in un'intervista la cifra di 50 milioni di pesos, oltre un milione di dollari, con cui il gruppo di Abu Sayaaf che lo teneva prigioniero voleva preparare un'operazione armata. E spiega: "La motivazione per rapirmi è che io sono italiano, quindi, non essendo filippino, il governo in tutti i sensi avrebbe cercato la mia liberazione". Il missionario ha anche ringraziato Papa Benedetto XVI che ha pregato per lui, durante la prigionia.

La liberazione E' lo stesso Caringal a raccontare fase per fase l'azione che ha portato il missionario originario di Abbiategrasso, nel milanese, a tornare ai suoi affetti. Padre Giancarlo Bossi è stato liberato verso le 9 della sera (le 15 in Italia) nella provincia di Lanao del nord e trasferito in una stazione di polizia a Zamboanga, dove è stato sottoposto a un controllo medico. Secondo quanto Caringal ha riferito ai giornalisti, la svolta nelle trattative si è avuta una settimana fa, quando i suoi rapitori inviarono foto del religioso, datate 13 luglio, a un quotidiano locale. Il missionario è stato consegnato dal Comandante Kidi, un ex membro del Fronte Moro, un gruppo islamista separatista impegnato nelle trattative di pace con il governo filippino. Una volta rilasciato, padre Bossi è stato prelevato dalla polizia filippina lungo un’autostrada e trasferito a Zamboanga. "È stato ammalato per una settimana. È stanco e ha perso peso", ha riferito il capo della polizia.

Presto di nuovo nelle Filippine Ma per i familiari del missionario, l'unica cosa che conta è che Giancarlo sia vivo e stia bene, come lui stesso ha dichiarato in seguito alla liberazione. Intanto per il suo ritorno a casa, si sta preparando una grande feste. Lo ha rivelato il fratello Marcello: "Dall’annuncio di ieri sera è stato un via vai continuo di gente e telefonate, dobbiamo sentire sia lui che il Ministero, magari andremo noi a trovarlo nelle Filippine", ha aggiunto. Nonostante i 39 giorni di prigionia, pare che padre Bossi non abbia intenzione di rinunciare alla sua missione umanitaria nelle Filippine. "Giancarlo ha intenzione, prima di tornare in Italia di passare nella sua missione di Payao", ha spiegato il fratello.

L'incontro con la Arroyo Padre Bossi, che è già stato a Manila ad incontrare la presidentessa delle Filippine Gloria Arroyo, è dimagrito, provato, ma determinato a tornare alla vita di sempre di missionario nell’isola filippina di Mindanao, provincia turbolenta, teatro di tensioni interreligiose e dell’indipendentismo musulmano. Gli stessi sequestratori del "gigante buono di Payao" hanno detto di essere appartenenti al gruppo islamico di Abu Sayyaf, un satellite locale della costellazione di Al Qaida.

Il Papa telefona a Prodi Benedetto XVI ha telefonato al premier Romano Prodi per ringraziare lui e tutti coloro che hanno lavorato alla liberazione di padre Bossi. Lo ha reso noto lo stesso pontefice parlando con i giornalisti a Lorenzago.