Padre Bossi ostaggio di serie C: niente riscatto

Secondo le autorità di Manila l’Italia ha manifestato l’auspicio che le forze speciali intervengano per liberarlo

Il governo italiano esclude il pagamento di un riscatto per tirare fuori dai guai padre Giancarlo Bossi, rapito domenica scorsa nel sud delle Filippine. Non solo: il nostro ambasciatore a Manila, Rubens Anna Fedele, auspica che le forze di sicurezza Filippine riescano a liberare il missionario italiano sano e salvo.
In pratica un via libera al blitz, attuato a volte in passato dai corpi speciali filippini con risultati alterni, che in alcuni casi hanno comportato la morte o il ferimento dell’ostaggio.
La notizia è stata rivelata alla stampa da Eduardo Ermita, il segretario esecutivo della presidente delle Filippine, Gloria Arroyo, ovvero il suo braccio destro. Un’inversione di 360 gradi rispetto alla linea adottata dal governo Prodi con il giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, rapito pochi mesi fa in Afghanistan dai talebani.
L’agenzia France Presse ha scritto ieri che l’ambasciatore Anna Fedele ha incontrato Ermita per affrontare la delicata questione del rapimento del religioso italiano. Secondo il braccio destro del presidente filippino, l’ambasciatore ha «espresso la speranza che le truppe e la polizia filippine possano “recuperare” in sicurezza il missionario del Pime (Pontificio istituto missioni estere)». Alla domanda se esiste la possibilità di pagare un riscatto, Ermita, riferendosi agli italiani, ha risposto: «No, non hanno assolutamente parlato di questo».
In passato molti rapimenti di occidentali e religiosi sono stati risolti col pagamento di un riscatto. Inoltre il segretario esecutivo di Manila conferma che le forze Usa hanno messo a disposizione i loro aerei senza pilota per sorvolare la zona di Zamboanga, dove don Bossi è stato portato via da un commando, che lo ha caricato a forza su un’imbarcazione. Un centinaio di uomini dei corpi speciali americani sono di stanza nella vicina isola di Jolo fin dal 2002 per addestrare le forze di sicurezza filippine nell’antiterrorismo. In passato la task force Usa ha fornito utili informazioni di intelligence per la cattura o l’uccisione dei terroristi più ricercati del gruppo integralista Abu Sayaf, sospettato di essere coinvolto anche nel rapimento del missionario italiano.
L’esclusione di un eventuale riscatto e la propensione al blitz, espressa dalle autorità filippine, è un’assoluta novità. Nel recente caso di Mastrogiacomo i servizi italiani avevano offerto un milione di dollari per liberare il giornalista, ma mullah Dadullah, il tagliagole talebano che gestiva il sequestro, voleva ben altro. La mediazione di Emergency portò alla liberazione del solo Mastrogiacomo in cambio di cinque prigionieri talebani detenuti a Kabul. Gli inglesi avevano proposto un blitz delle mitiche teste di cuoio Sas, al quale avrebbero potuto partecipare anche i corpi speciali italiani, ma il ministro della Difesa, Arturo Parisi, forse non del tutto convinto, ha posto il veto. Invece nelle Filippine, dove i tagliagole hanno gli occhi a mandorla, esercito e polizia, non certo all’altezza delle Sas, possono provarci a «recuperare» lo sfortunato missionario.
«I rapitori non hanno risposto alle proposte di negoziato e non hanno avanzato ancora nessuna richiesta. Li stiamo cercando in tutta l’area di Sibugay, nei pressi di Zamboanga», ha spiegato ieri il colonnello Roberto Rabasio, che coordina la «caccia all’uomo».
I militari e gli stessi ribelli islamici più moderati sono convinti che il mandante del sequestro sia Akiddin Abdusalam, conosciuto come «comandante Kiddie». Un militante rinnegato del fronte Moro (Milf), uno dei movimenti islamici più forti dell’isola di Mindanao, che sta trattando una soluzione pacifica al conflitto con le autorità di Manila. Il fratello di Abdusalam, che si è avvicinato alle cellule terroriste di Abu Sayaf, sarebbe stato riconosciuto nel commando di sequestratori. Il gruppo, legato ad Al Qaida, può contare su un nocciolo duro di 200 uomini, dopo le batoste subite lo scorso anno, ma continua ad attirare gli scontenti degli altri movimenti armati islamici, e pure normali banditi. Secondo alcuni abitanti del luogo, che conoscevano padre Bossi, i rapitori sarebbero soltanto dei criminali comuni.
Alla pista dei delinquenti a caccia di soldi crede il cardinale di Manila, Gaudencio Rosales, che sostiene: «Non si può generalizzare e incolpare l’islam».