UN PADRE DELLE SPOSE SENZA SBAVATURE

Dopo una lunga sequenza di fiction in cui l'omosessualità maschile è comparsa più volte senza suscitare particolari proteste, la «prima volta» su Raiuno in prima serata dell'omosessualità femminile (Il padre delle spose, lunedì, ore 21) ha invece mosso le acque della polemica, complice una trama in cui l'assaggiatore di olio Lino Banfi scopre che la figlia Rossana (figlia nella realtà oltreché nella finzione scenica), scappata di casa da 15 anni, si era nel frattempo sposata in Spagna con una donna, a sua insaputa. La fiction segna una sorta di spartiacque nella storia della nostra televisione, specie in considerazione della rete «familiare» su cui è andata in onda e della programmazione in prima serata, preceduta dall'avviso dell'annunciatrice che invitava a non lasciare soli nella visione i minori. Proprio questa circostanza mette in moto una prima osservazione: una simile avvertenza l'abbiamo sentita tante volte in tivù, e ha spesso preceduto film o telefilm intrisi di una violenza becera e gratuita. Che sia stata spesa per una trama che, bene o male, affrontava comunque tematiche sociali di cui si parla ormai in ogni ambito di discussione, a cominciare dall'agenda politica ricca di dibattiti sui Pacs, ne rivaluta il senso e ne riscatta l'insulsa routine. Pretendere che la televisione non ospiti argomenti di coinvolgente attualità esistenziale, tantomeno in un veicolo narrativo popolare come è la fiction, pare insomma una barriera pregiudiziale destinata a crollare sotto i colpi dell'evidenza dei fatti, più forti dell'opinabilità di ogni legittima presa di posizione. Resta da vedere, naturalmente, «come» si trattano argomenti di questo tipo, il cui metro di valutazione dovrebbe essere commisurato alla capacità della sceneggiatura di restituirne la doverosa complessità e un minimo di spessore, in modo tale che non si abbia l'impressione che le scelte di vita bollate come «diverse» appaiano facili e illusoriamente scorrevoli. Anche perché la nostra televisione, e la fiction in particolare, è già altamente deficitaria nel restituire una giusta quota di complessità alla narrazione di ciò che considera «normale». Entrando nel merito specifico, Il padre delle spose strappa la sufficienza per aver trattato questa storia senza sbavature, con dialoghi prevedibili ma non forzati e un Lino Banfi capace di alternare misuratamente toni leggeri e impegnati, nella consapevolezza di percorrere un terreno minato che ha frenato l'ambizione ma ha anche evitato cadute di stile e velleitarismi. Certo la storia non ha saputo evitare il finale consolatorio, lo scontato destino dell'apologo ecumenico. Ma in certi casi sapere di non essere Almodovar aiuta autori e registi a non fare il passo più lungo della gamba.