Un padre e un figlio nel tramonto della Serenissima

Padre e figlio a Venezia. Una Venezia che all’inizio della storia risplende nel fulgore dell’ultima sua grande stagione. E alla fine è vinta, sconfitta, umiliata, finita. «...non c’era più Maggior Consiglio, non c’era più Senato, non c’era più la Serenissima Repubblica. Non c’era più niente, per molti c’era soltanto un vuoto cupo e ostile occupato da energumeni che legiferavano senza posa in nome del popolo... C’era la Municipalità provvisoria, e c’erano i soldati francesi che avevano occupato la città mai occupata da nessuno per undici secoli...».
Napoleone ha occupato Venezia il 16 maggio 1797, ha depredato il Bucintoro, distruggendo uno dei simboli più antichi della Serenissima, e cinque mesi dopo l’ha ceduta agli austriaci. La vita dei due protagonisti della storia raccontata da Alvise Zorzi in L’Olimpo sul soffitto (Mondadori, pagg. 203, euro 17) si svolge fra questi due poli. E non è peregrino supporre che la rappresentazione più aspra, il segno più nervoso del figlio rispetto alla luce e alla gloria della pittura paterna, rispondano, oltre al diverso carattere, anche alle vicende civili, alla decadenza della patria. Giambattista Tiepolo (perché dei Tiepolo stiamo parlando) muore (a Madrid, all’improvviso) nel 1770, il figlio Giandomenico si spegne nella villa di Zianigo, vicino a Mirano, nel 1804. Venezia è già morta.
Nel rievocare i Tiepolo, Alvise Zorzi evita di infliggere al lettore esegesi critiche o esoteriche congetture, ma con il consueto, elegante understatement racconta la loro vita, racconta che cos’era in quel contesto storico il «mestiere» del pittore, rappresentando nel contempo tutta una società, in una folla di figure: dal procuratore di San Marco Daniele IV Girolamo Dolfin («la maestà incarnata della Repubblica»), primo committente di Giambattista, al letterato Francesco Algarotti, raffinato dandy autore del Newtonianismo per le dame (grande amico e mecenate) a Caterina Barbarigo, colta e spregiudicata dama per il cui palazzo Giambattista affresca soffitti e sovraporte. Dall’elegante marchese meneghino Giorgio Antonio Clerici all’affabile e godereccio vescovo principe di Würzburg Carl Philipp von Greiffenclau, il committente delle Storie di Federico Barbarossa per la Residenza principesca. Un racconto fitto di nomi, come fossero le tele di Gabriel Bella, trasferite sulla carta.
Per la disperazione dei biografi e per lo sconcerto dei sostenitori dell’«arte come tormento» Giambattista Tiepolo ha lasciato pochissimi autografi e quegli scritti esprimono solo concreti interessi economici. Il «Tiepoletto» come lo chiamavano i contemporanei, lavorava tanto e si faceva pagare bene. Dipingeva Veneri carnose e Cleopatre lussureggianti, angeli efebici e vecchi saggi d’Oriente, sposando la storia alla leggenda e lasciando cadere sulle nuvole gonfie e sulle carni rosee lo spolverio dorato di una sorridente ironia. Così settecentesca, così veneziana.
Tutto era destinato a finire: l’inimitabile stile della società veneziana, la grande stagione della pittura europea, la felicità dell’arte. Quell’arte che era il «mestiere» del sior Tiepolo, padre del sior Zandomenego.