Padre Gemelli, prete d’assalto Genio profetico o fanatico?

Per noi studenti della Cattolica, agli inizi degli anni Settanta, padre Gemelli era poco più di un nome sulla targa affissa all’ingresso della grande aula che gli era stata intitolata. Certo nessuno, anche fra le matricole, ignorava l’epica tempra morale, il carisma dell’uomo e le contraddizioni del «positivista cattolico» che era partito socialista (massoniche, oltretutto, erano le tradizioni dell’agiata famiglia borghese da cui veniva) ed era finito prete. Leggendari - ce ne parlavano professori come Cesare Saibene, direttore dell’istituto di Geografia, che lo riguardavano come guida e maestro - erano gli aneddoti che ne ritraevano il gusto per il rigore e la disciplina e un certo bacchettonismo che a noi pareva francamente datato. Era l’autoritarismo di un ancien régime scolastico che aveva i giorni contati, e che portava padre Agostino a strofinare il muso delle studentesse più carine (ce n’erano, fra i molti avanzi di sacrestia) per cancellare dalle loro labbra ogni traccia di rossetto.
Gli anni della contestazione erano ancora di là da venire, e per quanto la Cattolica fosse un’isola (tale sarebbe sostanzialmente rimasta) nel mare in burrasca delle assemblee permanenti, il Sessantotto avrebbe fatto anche lì i suoi bravi danni. Padre Agostino Gemelli non fece in tempo a vedere quei giorni (morì il 15 luglio 1959). Il vecchio socialista, lo scienziato, l’esperto di psicologia delle masse avrebbe forse capito. Il prete tosto avrebbe dato battaglia senza quartiere.
Nato a Milano il 18 gennaio 1878, Edoardo Gemelli (poi, da francescano, padre Agostino) si laureò in medicina a Pavia col premio Nobel Camillo Golgi. Fu lì, a Pavia, alunno del collegio Ghislieri, che il futuro fondatore dell’Università Cattolica assorbì lo spirito positivista e anticlericale che vi dominava.
La sua conversione è degli anni immediatamente successivi alla laurea. Grande influsso, nella sua crescita spirituale, ebbero le frequentazioni di Ludovico Necchi, suo antico compagno di scuola ed amico, e di padre Arcangelo Mazzotti. Ma già da tempo la sua fiducia nell’impalcatura positivistica della storia, e nel socialismo come naturale conclusione di quella filosofia era venuta meno.
Nel novembre del 1903, con un gesto che sorprese quanti lo avevano conosciuto negli anni giovanili, Edoardo Gemelli entrò nel convento francescano di Rezzato, vicino a Brescia, dove divenne per sempre padre Agostino. Nel saio francescano il giovane medico ritrovò, si disse, una specie di socialismo spogliato dal materialismo marxista, mentre nell’amore per il creato e nella concretezza di san Francesco scoprì una via alla santità che passa dal laboratorio e dalla sperimentazione scientifica. Del 1914, sei anni dopo la sua ordinazione sacerdotale, è la fondazione di Vita e pensiero, la rivista di cultura in cui confluiranno molti dei suoi scritti. E che genere di cattolicesimo - vigoroso, battagliero - avesse in mente padre Agostino lo si vide già dal primo numero della rivista, in un articolo in cui si proclamava che l’«unica risposta ai gravi problemi posti dalla civiltà moderna poteva essere trovato in un intelligente ritorno alla concezione organica e teocentrica del Medio Evo cristiano». Fosse vissuto oggi, i fondamentalisti islamici avrebbero trovato pane per i loro denti.
Medico, scienziato, rettore, colonna portante della psicologia nella prima metà del Novecento, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, animatore influente delle scienze sociali, fondatore di uno dei primi istituti di «laici consacrati», padre Gemelli fu l’educatore di intere generazioni di giovani democristiani che avrebbero inciso profondamente nella storia nazionale.
Una delle caratteristiche peculiari del progetto alimentato dal fondatore dell’Università del Sacro Cuore, ha ricordato recentemente la storica Maria Bocci, era infatti l’«obiettivo, perseguito con determinazione e inflessibilità, di formare leve di cattolici capaci di incidere nella trasformazione della vita civile, sociale ed economica del Paese». Ma per un obiettivo di quel genere ci voleva un’istituzione culturale all’avanguardia, che fosse all’altezza delle migliori università italiane e straniere. Un’officina in cui forgiare la gioventù cattolica dotandola delle competenze necessarie a governare il Paese dai ponti di comando della pubblica amministrazione, della scuola, delle istituzioni economiche e politiche, fino al Parlamento e ai ministeri dell’età repubblicana.
Degli obiettivi di padre Agostino, dice Maria Bocci, si erano accorte persino le spie del regime fascista, che alle attente orecchie del Duce riferivano di quel prete che fomentava una «resistenza degli animi non meno pericolosa di quella armata e plasmava una vera e propria “riserva di governo”, che si sarebbe fatta avanti al momento del crollo del regime e che avrebbe rifondato l’ordinamento giuridico e i rapporti sociali su basi ben diverse da quelle del fascismo». Il che, in un certo senso, bilancia le accuse che spesso sono state rivolte a padre Gemelli di fiancheggiatore del fascismo e di difensore delle leggi razziali. A un decisionista come il rettore della Cattolica, il regime certamente non dispiaceva. Quanto alle accuse di antisemitismo, vennero definitivamente cancellate dalle testimonianze del sacerdote cattolico Francesco Olgiati, il quale ricordò i soccorsi prestati dal rettore francescano a numerosi perseguitati politici, fra i quali molti ebrei, «aiutati a recarsi in Svizzera».
Ma forse, a far piazza pulita di quelle accuse, ci si poteva far bastare le testimonianze di ebrei famosi come Cesare Musatti, pioniere della psicoanalisi italiana e del fisiologo Carlo Foà.