Padre : «Io, inviato della fede da Milano al Vietnam»

Milano ha sempre provato riconoscenza per l'attività caritatevole ed ecumenica del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) e per Piero Gheddo, uno dei suoi sacerdoti di maggior profilo culturale. Notissimo giornalista e scrittore, Gheddo, nato a Tronzano Vercellese nel 1929, ha trascorso la vita viaggiando in ogni continente e scrivendo articoli per numerose testate (Avvenire, l'Osservatore Romano, Gente, Epoca, Famiglia Cristiana) ed una serie di libri. Chi lo conosce rimane colpito dall'umanità, dalla modestia dell'uomo, il medesimo spirito di fede dei genitori - Rosetta e Giovanni - per i quali è in corso una causa di beatificazione.
«I miei Anni Sessanta - dice - sono stati segnati da momenti di valore spirituale e religioso. C'erano innanzi tutto due straordinari papi - Giovanni XIII e Paolo VI - che hanno saputo dare un messaggio di speranza al mondo. Inoltre ho vissuto in prima persona il Concilio Valicano II (1962-1965), un'esperienza entusiasmante. La Chiesa si rinnovava per mettersi al passo con le trasformazioni del mondo. Fui nominato addetto al servizio stampa del Concilio ed ho avuto modo d'intervistare vari cardinali - Lercaro, Bea, Zungrana, Gracias - e gli arcivescovi Helder Camara di Recife in Brasile e di Saigon, Ngujen Van Binh, che m'invitò a visitare il suo paese».
Come mai lo spirito del Concilio è stato in seguito criticato, ha allontanato nel ’68 i giovani dalla Chiesa?
«Il Concilio aveva insistito sull'impegno della Chiesa per i poveri e da ciò nacquero correnti di pensiero, come la Teologia della liberazione, basate su una visione marxista della realtà per la quale l'unica speranza erano la rivoluzione e il socialismo. È seguito il ’68 una protesta violenta contro ogni autorità: dalla famiglia, alla scuola alla Chiesa. I giovani volevano tutto e subito, senza sapere cosa in realtà desiderassero. L'Italia, non dimentichiamo, ha avuto il più grande partito comunista d'Occidente. Non a caso da noi la rivoluzione del ’68, sfociata poi nel terrorismo, è partita dall'Università Cattolica, con i vari Capanna e Curcio».
La sua vocazione giornalistica aveva avuto inizio quando nel 1959 il Pime la chiamò a dirigere «Mondo e Missione»...
«Un incarico che ho tenuto per 35 anni, prima di dirigere l'Ufficio Storico del Pime. Mi sono occupato a lungo di giornalismo, ed ho fondato l'agenzia d'informazioni Asia News e l'Emi (Editrice Missionaria Italiana). Ricordo, tra i molti giornalisti conosciuti allora, il mio grande maestro Raimondo Manzini, direttore dell'Osservatore Romano, Edilio Rusconi ed Egisto Corradi, che mi presentò ad Indro Montanelli, il quale mi chiamò a scrivere sul vostro giornale».
Le sue corrispondenze dal Viet Nam, dove lei si è recato varie volte dal ’68, erano criticate, l'accusavano di fascismo...
«In Viet Nam, una guerra terribile, erano presenti molti giornalisti, ma pochi ebbero la possibilità di osservare da vicino la realtà del paese, come ho potuto fare io. Vestito da prete, assieme a sacerdoti cattolici, mi recavo nei villaggi di contadini dove si combatteva. Ascoltavo quella povera gente in fuga dalle località conquistate dai Viet Cong... A Saigon esisteva, è vero, una spaventosa corruzione, la prostituzione, la dittatura feroce del governo, ma, nonostante ciò, il cuore del problema restava quello di illudersi che i comunisti avrebbero liberato il paese, portato il benessere, la libertà. Lo abbiamo visto a guerra finita».
Milano si è dimostrata molto generosa con i missionari e c'è una persona da ricordare alla quale lei ha dedicato uno dei suoi libri di maggior successo: il dottor Marcello Candia.
«Una figura straordinaria, di grande intelligenza, un manager della carità. Ricchissimo industriale nel settore chimico, non si era sposato per aiutare le missioni e i poveri. A Milano aveva creato una scuola di medicina per i missionari presso l'Università, una casa per le ragazze madri, aveva istituito, presso i Cappuccini, un centro di raccolta di medicinali per le missioni. Poi incontrò Monsignor Aristide Pirovano del Pime vescovo dell'Amazzonia e Candia nel 1965, dopo aver venduto le sue fabbriche, andò in Brasile per costruire il più grande ospedale dell'Amazzonia. Quando andavo a trovarlo in Brasile, mi chiedeva di raccontare la sua opera per raccogliere fondi. Pur avendo dato personalmente una somma enorme, i costi crescevano continuamente. In seguito costruì un lebbrosario, altri presidi medici».
Abbiamo dimenticato qualcuno di quel periodo?
«Don Luigi Giussani. Diceva che la fede cattolica è un’esperienza personale da vivere assieme a Cristo attraverso la preghiera e l’eucaristia. Un insegnamento meraviglioso per un giovane prete come me che si era laureato sui testi di teologia».