Padre, madre e figlioletto: che brutta famiglia

«La palla contro il muro» è uno spietato resoconto di egoismi e rancori coniugali

Ci si appella alla famiglia come freno alla degenerazione della società, ma la cattiva coscienza di queste invocazioni sempre più ripetitive e vacue traspare in ciò: che immancabilmente si sorvola sulle virtù che dovrebbero vivificarla. In realtà, se c’è una cosa che avvilisce e svuota l’istituto familiare è sostenere che esso sia un valore in sé: un po’ come dire che l’idrogeno è un bene indipendentemente da ciò che se ne ricava, bombe acca o carburanti ecologici; o la scuola un bene indipendentemente da ciò che vi si insegna, elementi di terrorismo pratico o educazione civica. Vogliamo difendere la famiglia? Cominciamo a stabilire i valori che dovrebbero farla marciare. Per esempio: la capacità di amicizia, l’onestà, l’altruismo, l’amore per la vita, il sentimento della decenza. Sono virtù borghesi? Anche popolari e aristocratiche, in fondo. E sono virtù individuali, il che vuol dire che finché non scenderemo a patti con questa verità, peraltro così banale, della famiglia continuerà a godere solo chi, paradossalmente, potrebbe farne a meno.
Ci è sembrato che l’ultimo romanzo di Guido Conti metta in scena, in negativo, per l’appunto questa esigenza rimossa. La palla contro il muro (Guanda, pagg. 182, euro 14) è infatti uno spietato dramma a stazioni. Il lettore ripercorre le tappe attraversate da una famiglia composta da persone patetiche e proterve, del tutto prive di dignità, nonché spaventosamente incapaci di amore. Il padre e la madre di Luca, il giovanissimo protagonista del romanzo, insieme non fanno un cuore. Lui è un impiegato che dedica il suo tempo al lavoro e allo studio (vuole vincere un concorso interno e diventare quadro). Torna a casa tardi, dopo l’ora di cena, e non ha voglia né di giocare con il figlio, né di portare la moglie fuori. Lei è una donna insicura, del tutto priva di interessi. Sebbene economicamente indipendente (l’appartamento è suo, ha un lavoro a tempo indeterminato) si concede la totalità delle isterie un tempo appannaggio delle spose umanamente ricattabili. Alla separazione dei genitori, traumatica, si giunge dopo una spirale di violenza che rivela tutto il rancore, l’egoismo e la miopia di cui è capace gente che evidentemente ha scambiato la famiglia per una sorta di refugium peccatorum.
Abbandonata la mirabile, sarcastica pietà del Tramonto sulla pianura, nel nuovo romanzo Conti si eclissa dietro i suoi personaggi rivelando un talento istintivo e martellante. I dialoghi, forse per uno scrittore la cosa più difficile da rendere, sono incalzanti e perfettamente credibili. Il lettore è a tu per tu con la psicologia di un bambino e ne percepisce tutta la vulnerabilità. Le pagine in cui Luca fugge e cerca di raggiungere il mare ricordano i fotogrammi commoventi dei Quattrocento colpi. E come nel celebre film di Truffaut il finale non è consolatorio.