«Il padre non era da solo quando uccideva Hina»

Il procuratore di Brescia ha ricostruito l’omicidio della ragazza pachistana. «L’uomo voleva punire quella figlia per lui degenere»

nostro inviato a Brescia
Tutti e tre colpevoli. Accusati di omicidio volontario premeditato e di occultamento di cadavere. «Se tutto fa pensare che sia stato Mohammed Saleem a tagliare la gola alla figlia Hina non è da escludere che lo zio, Mohammed Tarik, e il cognato della ragazza, ricercato, abbiano partecipato direttamente al delitto. Per noi quindi sono da ritenere tutti responsabili». È un verdetto senza appello quello che il procuratore capo di Brescia, Giancarlo Tarquini, ha emesso ieri, nell’incontro con i giornalisti, per chiarire quel poco che di oscuro è rimasto nell'agghiacciante vicenda della ventenne pachistana, giustiziata dopo un consiglio di famiglia perché aveva scelto di vivere all'occidentale, e sepolta nell’orto di casa a Sarezzo, in val Trompia. Mentre i carabinieri stringono il cerchio attorno al terzo uomo, il ventisettenne cognato di Hina, che, stando agli inquirenti, avrebbe tenuto ferma la ragazza nell’istante in cui il padre la colpiva a morte, («contiamo di prenderlo a breve - ha aggiunto il magistrato - lo cerchiamo anche fuori Italia»), il capo della Procura punta il dito contro l'inquietante figura di questo padre-padrone che si è sentito in dovere di togliere la vita alla figlia «per lavare nel sangue l'onore di famiglia» messo, a suo dire in discussione nella comunità islamica dal comportamento di Hina, che si era fidanzata con un uomo italiano, Giuseppe Tempini, 33 anni, carpentiere bresciano, indossava la minigonna, fumava, lavorava in una pizzeria. Una ragazza che faceva le stesse cose che fanno le ragazze della sua età. Tarquini ha definito «stridente» il comportamento di Mohammed Saleem. «Ci sono elementi per ritenere che ci sia stata una premeditazione dell'omicidio. In più l’uomo non si è pentito, è stato solo indotto a costituirsi dalla sua gente, e appena si è costituito, lunedì, Mohammed Saalem ha fatto un'ammissione di colpa ai carabinieri con dichiarazioni spontanee. Poi davanti al magistrato si è avvalso della facoltà di non rispondere». Comportamento stridente perché, come ha rilevato Tarquini «quando i militari per la prima volta si sono presentati nella sua abitazione alla ricerca di Hina senza conoscere le sue responsabilità, lui subito dopo ha deciso di fuggire». Quanto alle motivazioni del suo gesto per il procuratore capo «l'uccisione di Hina Saleem è stata una sorta di punizione inflitta dal padre a una figlia che non aveva rispettato le regole della loro etnia e della loro cultura. Ma questa punizione va contro le stesse regole della religione musulmana che penso - ha aggiunto - porti al rispetto della vita, e non all'opposto. Coloro che in nome di questa religione commettono delitti violano la religione stessa e i suoi principi ispiratori». È anche trapelato che il padre di Hina avrebbe attirato la figlia in una trappola dicendole che erano venuti dei parenti dalla Francia con dei regali per lei. Solo così la ragazza, che non si fidava del genitore, si è convinta ad andare all’appuntamento.
Tutta da chiarire resta la posizione della madre di Hina, Bushra Saleem, l'unica, a detta anche del fidanzato della ventenne, che aveva sempre difeso la figlia dalle ripetute aggressioni perpetrate dal padre nei suoi confronti. «È da appurare se l’allontanamento della donna è stato imposto - ha concluso Tarquini - o se la donna è andata in Pakistan per non ostacolare il proposito criminoso».
Intanto è fissata per oggi alle 9.30 la convalida dei fermi. Ieri il padre della ragazza, chiuso nel carcere di Mombello, ha visto l'avvocato Alberto Bordone. La linea difensiva: «Gli ho suggerito di continuare a non rispondere fino a quando, non sarà ricostruita l'intera vicenda».
È stato intanto individuato il coltello usato per la mattanza familiare.