«PADRE PIO», LASCIAMO IN PACE I SANTI

Non c'è bisogno di intercettazioni telefoniche per indovinare il prevedibile dialogo intercorso tra i funzionari della rete ammiraglia Raiuno a cavallo della divulgazione dei dati Auditel relativi al programma Una voce per Padre Pio (mercoledì, ore 21): «Com'è andato Padre Pio?». «Male». «Padre Pio male?». «Ha perso la serata». «Padre Pio ha perso la serata?». «Di brutto. È andato sotto che manco t'aspetti. Non solo si è fatto superare dalla concorrenza di Invasion su Canale 5, e passi. Ma ha fatto meno spettatori persino di Supervarietà che lo precedeva di pochi minuti». «Padre Pio che fa peggio di Supervarietà?». «Non so dove andremo a finire, ma è andata così». Impossibile sapere se l'immaginato dialogo tra i funzionari della cattolicissima Raiuno sia stato concluso dall'imprecazione «Non c'è più religione», ma per sperare che almeno in futuro la memoria di Padre Pio non debba ancora subire lo scempio di questo annuale appuntamento televisivo sempre meno religioso e sempre più strumentale si deve davvero sperare che siano i dati Auditel (finalmente penalizzanti) a fare da stop a questo tipo di programma. Per carità, si può anche decidere di mandare in onda ogni anno un pastrocchio del genere magari pensando in buona fede di essere utili non solo alla memoria del frate di Pietrelcina ma anche alla causa dell'ospedale Casa sollievo della sofferenza, cui giungono le offerte popolari inviate tramite sms. Ma se lo si fa, che almeno si evitino alcune evidenti controindicazioni. Come quella di ospitare un numero di intervistati superiore al tempo materiale a disposizione, con la conseguenza di dover correre, di comunicare ansia nel telespettatore, di pressare l'ospite di turno ricordandogli l'esigenza di rispettare «i tempi televisivi» (che ne potrà mai sapere, un innocente frate, della tagliola dei tempi televisivi?). O come la brutta idea di trasformare anche un'occasione come questa per una passerella di troppi cantanti, testimonianze egocentriche, lasciando sempre più a margine - volontariamente o meno - gli eventuali propositi iniziali. Per non parlare della brutta abitudine di far passare per «diretta» alcuni collegamenti preregistrati, trattando gli spettatori come dei bambini cui Tosca d'Aquino si rivolge dicendo che «Massimo Giletti si è allontanato un attimo per portarci una sua testimonianza da un luogo qui vicino». Dopodiché si vede Giletti che fa finta di rispondere in tempo reale alle parole della sua collega di conduzione, come se fosse una cosa vergognosa ammettere di aver registrato - come fanno tutti in tivù - qualche documento prefissato. Lo sapranno, Massimo Giletti e Tosca D'Aquino, che non sta bene dire bugie specie in un programma che celebra Padre Pio?