Padronanza di nervi e franchezza ideologica

Non ha mai perso le staffe Barack Obama, nemmeno quando John McCain lo sferzava sul tema che gli è meno congeniale, quello della politica estera. Non ha mai risposto alle provocazioni. Sempre composto, sempre con la testa sulle spalle. Un po' pedante, forse e piuttosto rigido. Non è una sorpresa. Il senatore di colore è affascinante, immaginifico, convincente quando deve parlare a una folla. Grande, grandissimo oratore, ma il faccia a faccia non gli è mai stato congeniale. Perde sicurezza, non ha la battuta pronta.
Ma in un'America stravolta dalla crisi finanziaria e che cerca nuove certezze, nel dibattito in tv doveva comunicare soprattutto sobrietà e padronanza dei propri nervi. Missione compiuta, almeno parzialmente. Non ha avuto guizzi particolari, né ha pronunciato battute fulminanti, ma ha saputo esporre le proprie ragioni con calma e puntigliosità, sforzandosi di apparire rassicurante. Aveva un problema Obama: attaccare McCain senza apparire irrispettoso nei confronti di un eroe di guerra che, per età, potrebbe essere suo padre. E ci è riuscito senza sferrare colpi sotto la cintura. Ha ripetuto il suo mantra, cinque, sei, sette volte: «In Senato McCain ha votato novantacinque volte su cento con l'amministrazione Bush e se verrà eletto nulla cambierà nella gestione del Paese». Il messaggio è notissimo, ma andava ripetuto di fronte al Paese.
Di Obama è piaciuta soprattutto la franchezza ideologica su un tema decisivo nel recente passato dell'America: l'Irak. Non ha cercato compromessi, non si è rifugiato nell'ambiguità. Ha detto chiaramente che quella guerra era un errore e ha spiegato che, se verrà eletto, concentrerà gli sforzi soprattutto sull'Afghanistan, accelerando il più possibile il ritiro da Bagdad. Così facendo ha senz'altro perso molti voti tra i democratici di destra e tra gli indipendenti più sensibili al richiamo patriottico. Ma perlomeno ora nessuno potrà rimproverargli la mancanza di chiarezza.