Un Paese ancora ostaggio dei talebani

Spadroneggiano nelle province, impongono il pizzo e nemmeno si nascondono

Marcello Foa

Di nuovo i talebani e di nuovo Al Qaida, alleati in un’offensiva di primavera molto più pericolosa e meglio orchestrata rispetto agli attentati compiuti in Afghanistan negli ultimi due anni contro le truppe della Nato. Proprio due giorni fa il Comando centrale americano (Centcom) di Tampa aveva segnalato l’arrivo nella regione di diversi esperti in esplosivi affiliati a Bin Laden. L’obiettivo? «Terrorizzare la popolazione e moltiplicare gli attentati sulle strade usando mine controllate a distanza e le Ied, le bombe artigianali utilizzate anche in Irak», aveva ammonito il generale afghano Sher Karimi in una videoconferenza con alcuni giornalisti. Ieri la tragica conferma, a pochi giorni da un altro gravissimo episodio, quello del 22 aprile, in cui avevano perso la vita quattro soldati canadesi nella provincia di Kandahar. Dal 3 marzo a oggi sono stati nove gli attentati contro le forze occidentali, che diventano undici se si includono anche l’assalto all’ambasciata italiana e al comando della Forza internazionale Nato a Kabul il 7 febbraio durante la crisi delle caricature di Maometto e l’uccisione del diplomatico canadese Glynn Berry, il 15 gennaio a Kandahar.
I due gruppi fondamentalisti sembrano essersi divisi i compiti: Al Qaida intensifica gli attacchi terroristici e infatti molte dei miliziani arrestati non sono afghani, ma arabi. Il sospetto, fondato, è che oltre ai volontari che vengono spontaneamente in Afghanistan, come d’altronde in Irak, ce ne siano molti direttamente legati a Osama. «Negli ultimi tempi abbiamo notato una maggiore capacità di eseguire questi attacchi», conferma il generale Raffaele De Leo, comandante del team italiano al Centcom Tampa. «Ma - assicura - stiamo mettendo a punto le contromisure».
I talebani, dal canto loro, stanno riprendendo il controllo nelle province del Sud. Solo le città principali e le zone in prossimità delle caserme dei militari americani sono sicure e sotto controllo. Nelle campagne non hanno nemmeno più bisogno di nascondersi; le forze di sicurezza afghane sono troppo esigue e non riescono a contrastarli. Come ha raccontato un inviato del New York Times nella provincia di Uruzgan, migliaia di militanti irrompono nei villaggi e taglieggiano gli abitanti. Un paio di settimane fa duecento di loro hanno preso d’assalto un villaggio del distretto di Panjwai, a soli venti minuti di auto da Kandahar, il capoluogo più importante del Sud e città natale del presidente Karzai. Le forze della Coalizione sono intervenute e li hanno ricacciati, ma non appena si sono ritirate, i guerriglieri sono ritornati armati di mitragliatori e fucili, in pieno giorno, fermandosi tranquillamente sotto gli alberi nelle vie principali dei villaggi. Una spavalderia che gli esperti spiegano con il progressivo avvicendamento nel sud del contingente americano con forze di pace della Nato, prevedibilmente meno agguerrite nella lotta ai gruppi terroristici. Il messaggio dei talebani è chiaro: via gli statunitensi i padroni torniamo ad essere noi. E la gente del posto tende ad adeguarsi; li rifornisce di cibo e versa la Zakat, la decima dei musulmani. Sono in queste condizioni anche le province di Zabul, Ghazni e Paktita e diverse aree lungo la strada che collega Kabul e Kandahar.
Un problema in più in un Paese in cui la normalizzazione richiederà molto più tempo di quanto pronosticato alla fine dell’offensiva lanciata poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. «Dobbiamo prevedere almeno un decennio e a condizione che gli occidentali continuino ad assistere le autorità afghana», dichiara il generale Mauro Del Vecchio, che venerdì ha consegnato ai britannici il comando dell’Isaf, la forza del Patto atlantico che si affianca a quella statunitense. «Le 60mila unità delle Forze armate afghane, incluse quelle di polizia, sono insufficienti», ammette il comandante delle operazioni Usa, Robert Durbin. Ma per quanto numerosi i soldati non basteranno. Per battere Al Qaida e i talebani ci vuole un’ottima intelligence, quella che finora è mancata.