Il Paese che mantenne «fredda» la guerra civile

Intenso e ricco di particolari è il ritratto che Bruno Vespa ci offre degli anni Cinquanta, quando l’Italia, lasciatasi alle spalle la durissima competizione elettorale del 1948 e gli scontri sociali dell’anno successivo, imboccava la strada di un faticoso ritorno alla normalità, con il varo del sesto governo De Gasperi, nel gennaio del 1950, che immediatamente realizzò alcune importanti riforme: la costituzione dell’Eni, della Cassa del Mezzogiorno e un riordino della materia fiscale. L’orizzonte tornava però ad oscurarsi con lo scoppio della guerra di Corea, che da una parte minacciava l’eventualità di un nuovo, più rovinoso conflitto mondiale e, dall’altra, evocava lo spettro di un possibile scontro civile tra forze moderate e socialcomunisti.
Il 2 luglio, De Gasperi, denunciava la presenza di una «quinta colonna sistematica e organizzata», che introduceva elementi di disgregazione all’interno del Paese. Il rischio di passare da una «guerra civile fredda» ad una guerreggiata si rivelava drammaticamente plausibile e costringeva, nel 1951, l’esecutivo a proporre la costituzione di «una milizia volontaria per rafforzare il potere del Ministero dell’Interno». La legge non venne approvata, ma nelle strutture statali più vicine ai vertici dell’Alleanza atlantica vennero predisposti piani riservati e strutture di difesa non palesi, per fronteggiare una eventuale insurrezione comunista. Nelle parti del progetto, fino ad ora rivelate, si parlava di uno spiegamento di truppe regolari, integrate da formazioni di partigiani lealisti, che avrebbero dovuto arroccarsi in Sicilia e in Sardegna, per poi probabilmente allargare la loro azione al resto della nazione. Ad evitare l’eventualità di un conflitto intestino, simile a quello che aveva sconvolto la Grecia, militò la fermezza del governo più ancora che il pure indubbio realismo politico dell’opposizione. Ma a sventare quella minaccia furono soprattutto i progressi economici, incentivati dal massiccio afflusso di capitali attraverso il Piano Marshall. Nel 1952, un’inchiesta governativa «sulla miseria in Italia» forniva il desolante panorama di un Paese nel quale il 12% della famiglie si trovava in stato di grave indigenza, il 21% viveva in case sovraffollate e fatiscenti, mentre il regime alimentare poteva essere considerato non soddisfacente per il 28% degli italiani, mediocre per il 51%, ed elevato solo per il 21%. Negli anni immediatamente successivi questa situazione si ribaltava radicalmente. Il flagello della disoccupazione veniva debellato grazie all’industrializzazione del nostro Paese e a un forte incremento dell’agricoltura. Il «miracolo economico», che si sarebbe verificato tra 1958 e 1960, era ancora lontano ma gli «anni della fame» erano ormai definitivamente scomparsi, anche se la crescita avveniva, accentuando il dislivello strutturale tra Settentrione e Mezzogiorno.
Dalla metà degli anni Cinquanta, in ogni caso, numerosi e nuovi generi di consumo cominciarono ad arredare le case degli italiani. L’incremento dell’industria automobilistica e la costruzione di un ardito tracciato autostradale, intrapreso nel 1956, costituivano le premesse di una vera rivoluzione antropologica. Il problema abitativo veniva sostanzialmente risolto con la costante crescita del numero delle abitazioni di proprietà e con la costruzione di nuovi edifici, grazie agli sforzi titanici dell’edilizia privata e pubblica.
Stabilizzazione internazionale e interna costituivano il quadro in cui si realizzava la marcia, e in qualche caso, la corsa verso un benessere quasi generalizzato e un ordinato sviluppo della vita civile. L’ombrello della Nato permetteva all’Italia di godere di una situazione di sicurezza, pagata tuttavia al prezzo della sua riduzione a potenza meramente regionale. Il monopolio politico della Dc, pure attraversata al suo interno da conflitti tra le sue correnti, costituiva un blocco di potere non scalfibile dall’opposizione. Il collasso dello status quo politico del dopoguerra avvenne infatti all’interno del partito di maggioranza, quando, dopo il congresso democristiano del 1959, la nuova segreteria guidata da Aldo Moro si orizzontò per uno spostamento a sinistra, che avrebbe condotto, di lì a pochi anni, il Psi a divenire forza di governo, inaugurando una nuova stagione della politica.
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