Il paese contro gli zingari: «Una tragedia annunciata»

Subito dopo la sciagura sono fuggiti tutti dall’accampamento La gente del posto punta il dito: «Quelli vivono come fuorilegge»

L'ultima proposta, solo l'ultima bizzarra proposta, prima della strage, era stata buttata lì l'inverno scorso, fine novembre, da Claudio Travanti, assessore all'ambiente del Comune di Ascoli: «Trasferiamo in uno dei casolari della Sentina le famiglie di nomadi che vivono ad Appignano». Doverosa precisazione: la Sentina è, da due anni, una riserva naturale regionale. Da proteggere e salvaguardare. Possibilmente. L'ultimo fatto di sangue, prima della strage compiuta da quel folle ubriaco sulla Provinciale 4, era invece accaduto domenica, quando un altro giovane slavo, un altro rom, aveva piantato un coltellata nel braccio di suo padre Said Ismet, macedone di 55 anni per una storia di soldi. Fatti, non chiacchiere.
Come fatti e non chiacchiere reclama a gran voce la gente che si accalca roteando nell'aria i pugni, ad Appignano. La gente che, in via Roma, fa la spola tra il municipio e la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. E urla: «Da tempo temevamo il peggio. Questa è una strage annunciata. Il sindaco sta a guardare? Il sindaco vuole l'integrazione? Bene adesso ci pensiamo noi a integrarli. Se ne accorgeranno. Torneranno pure a farsi vedere da queste parti. Sono scappati subito lunedì sera. Con sei furgoni e tre auto, hanno mollato l'accampamento appena hanno saputo dell'incidente. Appena hanno saputo che era stato uno di loro. Nessuno li ha fermati, ma come è stato possibile? Vorrà dire che ci penseremo noi a fermarli».
Invano si forza di usare parole di pace, di riconciliazione, don Armeno Antonini, che oggi dovrà benedire le bare allineate di quattro ragazzi spazzati via senza un perché. Invano cerca di dileguarsi tra la folla, lei, la principale accusata. La sindachessa di Rifondazione comunista, Maria Nazzarena Agostini. Che aveva persino messo a punto,un paio di mesi fa, un progetto di integrazione per i nomadi accampati alla porte del paese. Convinta, citiamo testualmente: «Che i rom siano una grande risorsa per Appignano».
Invece non dev’essere proprio così, se quel progetto, il progetto della sindachessa, i cittadini di Appignano, duemila anime che si trovano da sette anni con la vita avvelenata, non lo hanno nemmeno voluto vedere. Anzi lo hanno subito respinto al mittente. Raccogliendo firme, praticamente tutte le firme dei residenti. Bocciata quest’ansia d’integrazione, la gente ha anzi chiesto al sindaco di lasciare mano libera alle forze dell'ordine per sgomberare il campo di Valle Orta.
E ora? Ora dribbla la gente e le domande, in via Roma, la sindachessa sotto accusa. «Siamo tutti con le lacrime agli occhi per questa tragedia troppo grande per il nostro piccolo paese. Il dolore ha tante forme, e va rispettato. Da più di un anno cerchiamo una soluzione alternativa per la collocazione dei rom. Il problema esiste. Ma non è questo il momento di affrontarlo. Comprendo l'enorme dolore, ma sono sicura che la comunità locale saprà dare un segnale di civiltà». Già, civiltà.
«Si fa presto a parlare di civiltà - sbotta S. P., uno dei parenti delle giovani vittime - quando è stato proprio il Comune, sindaco in testa, a concedere tutto e più di tutto ai nomadi di Valle Orta. La luce, l’acqua, che, ovviamente, non hanno mai pagato e i cassonetti dell’immondizia che ovviamente non hanno mai usato perché buttano in giro tutto». Il resto sono cose risapute. «O almeno cose - dicono nel capannello di persone che si è radunato accanto al muretto dove si ritrovavano i ragazzi uccisi lunedì sera - che il sindaco dovrebbe sapere, visto che i rom qui si ubriacavano spesso. Visto che i furti nelle abitazioni sono aumentati. Visto che persino i contadini non ne possono più perché sono tra le vittime preferite dei dispetti dei nomadi: quando l’uva è matura loro arrivano la tagliano e la calpestano. E civiltà questa? Sono risorse per Appignano queste persone?»
«Il sindaco se ne deve andare - ribadisce un anziano - questa gente da anni non rispetta la legge, ci dà fastidio, entra nelle nostre case, molesta le ragazzine. Un bidello della nostra scuola è stato preso a schiaffi senza motivo dal padre di un ragazzino rom».
I racconti delle bravate dei nomadi, accampati nelle baracche di Valle Orta, si sprecano. È ancora fresco il ricordo di quando, per una zuffa nel campo, sono stati gli stessi rom a chiamare l’ambulanza, ma quando l’ambulanza è arrivata l’hanno presa a sassate. L’hanno distrutta, mettendo in fuga gli infermieri che erano arrivati per soccorrerli. Eppure. «Eppure - conclude amaramente uno dei ragazzi del muretto - è come se nessuno, fino a oggi, si fosse accorto di nulla. Come se i politici, tutti i politici avessero scoperto solo oggi, con questa tragedia, che c’erano dei nomadi che spadroneggiavano qui ad Appignano».