Il paese dei furbi e dei farisei

Con qualche lentezza, i veri nodi dell'inchiesta di Potenza stanno venendo al pettine. È mai possibile che in un Paese civile si dia regolarmente luogo a procedimenti giudiziari in cui non è nemmeno chiara la natura dei reati contestati a molti di coloro che vengono indagati e comportamenti di natura privata, sia pure discutibili, finiscano per essere equiparati ad atti illeciti o penalmente rilevanti? È mai possibile che l'arma principale, lo strumento pressoché esclusivo dell'accusa in questi procedimenti sia quello delle intercettazioni telefoniche, di per sé così difficile da maneggiare e da interpretare? E infine, è mai possibile che invece di interrogarsi su queste questioni di fondo, quando le indagini e i relativi verbali dell'inchiesta sfiorano il portavoce del Governo, si debba assistere al linciaggio dell'unico organo di informazione che ha osato parlarne?
Ha mille volte e tristemente ragione il direttore de il Giornale: dobbiamo aggiungere l'ipocrisia all'elenco dei vizi nazionali. Ci preoccupiamo scandalizzati di ledere il diritto alla riservatezza di un uomo politico solo dopo che abbiamo assistito per giorni e giorni, con curiosità e compiacimento, alle lesioni della privacy di decine di persone. Ma la gran parte di loro sono donne: attrici, vallette o veline però innanzitutto donne e le donne si sa, con buona pace dell'8 marzo, costituiscono un facile bersaglio, buono per tutti gli usi e per tutti i gusti. Spicca in questo festival dell'ipocrisia il provvedimento ad hoc varato in fretta e furia dal Garante per la protezione dei dati personali. Provvedimento ineffabile che in un diluvio di parole pretende di convincere la pubblica opinione come il modo migliore per curare una malattia sia solo quello di censurare i suoi sintomi.
Di fronte a tutto questo, l'unica domanda importante è probabilmente quella che si pone un editoriale del Corriere della Sera. Se il direttore di un ospedale è moralmente responsabile delle droghe contenute nella farmacia del suo istituto, scrive Sergio Romano, è lecito chiedersi perché la magistratura non senta la stessa responsabilità verso quel velenoso intruglio di vero e di falso, di utile e di inutile, di rilevante e irrilevante che finisce in un'intercettazione telefonica. E da lì nelle ordinanze di un'inchiesta giudiziaria. La risposta è che questo non succede per la semplice ragione che la magistratura è l'unico potere del nostro Stato per cui non esiste un sistema reale di contrappesi come chiedono le regole della democrazia. Ancora Romano scrive: la figura del pubblico ministero aggressivo e battagliero e ansioso di pubblico consenso appartiene a quasi tutte la maggiori democrazie contemporanee. Vero. Ma in quelle stesse democrazie il pubblico ministero che supera i limiti del suo mandato, che esagera nelle sue prerogative, che non tiene conto di un minimo di etica professionale nei confronti di chi chiama indiscriminatamente a deporre, ci rimette la faccia e magari anche il posto ed espone il suo ufficio a risarcimenti miliardari. Non in Italia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici doveva servire anche a delimitare meglio il quadro delle responsabilità degli organi inquirenti, instaurando una maggiore dialettica tra loro e il collegio giudicante. Non se ne è fatto nulla per l'opposizione di una magistratura arroccata nella difesa delle proprie posizioni e per la complicità di quelle forze politiche e di certa stampa che con la categoria dei magistrati hanno sempre coltivato rapporti di buon vicinato e di reciproco interesse. La stessa ragione per cui il provvedimento del Ministro della Giustizia diretto a regolamentare l'uso e l'abuso delle intercettazioni telefoniche giace da mesi, insabbiato, in Parlamento. Il giudice Gherardo Colombo ha dato notizia delle sue dimissioni dalla Magistratura perché in Italia, dice, si è perso il senso della giustizia e allora è meglio andare tra i giovani a insegnare loro come tenersi lontani da altri due vizi nazionali: la furbizia e i privilegi. Intento lodevole, a patto però che nell'elenco dei privilegiati trovino posto anche alcuni protagonisti delle cronache giudiziarie di questi nostri tempi. E nella lista dei furbi trovi spazio anche chi, con il pretesto della riservatezza, vuole tenere sotto controllo, ogni volta che ce ne sia bisogno, la libertà d'informazione.