Un Paese eternamente inseguito da troppi fantasmi del passato

RICORSI Da Mattei a Ustica, da Unabomber a via Poma: sui delitti si può indagare per sempre. Senza risolverli mai

Stragi naziste e bombe italiane, delitti politici e crimini passionali, complotti mafiosi e casi conclamati di follia assassina. Ma tutti accomunati da una caratteristica: essere sepolti nella memoria collettiva, e riemergere periodicamente, a sprazzi, con barlumi di verità vere o presunte quasi mai destinati a tramutarsi in certezze. La via italiana ai cold cases, ai casi irrisolti, è lontana anni luce da quella dei telefilm americani. Se non altro perché si incrocia con una inclinazione nazionale al complottismo e alla dietrologia che ha fatto dei misteri d’Italia un piccolo business investigativo, giornalistico ed editoriale, e che ne alimenta inevitabilmente - in qualche modo - la sopravvivenza in una sorta di circuito chiuso. A volte anche a dispetto della evidente impossibilità di venire davvero a capo di qualcosa.
Alla base di tutto quanto, per la legge, la spiegazione di queste inchieste senza fine sta in quattro righe in fondo all’articolo 157 del codice penale: «la prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo». Su un omicidio si indaga, potenzialmente, in eterno. Solo la morte del colpevole può costringere ad archiviare un processo per strage, e non è difficile capire quanto questa norma risponda a un diritto elementare delle vittime a conoscere la verità su tragedie anche remote. Nessun pubblico ministero, nessun poliziotto o carabiniere davanti ad un testimone che si presentasse sostenendo di conoscere la verità su un vecchio delitto potrebbe rispondere: «Non ci interessa, è passato troppo tempo». Per esempio, non lo fece Umberto Bonaventura, colonnello dei carabinieri, quando Leonardo Marino si presentò prima in parrocchia e poi in caserma dicendo di sapere la verità sul delitto Calabresi, vecchio allora di sedici anni. I fatti successivi diedero ragione a Bonaventura.
Il problema è che se tirassimo una riga al centro della lavagna dei cold cases tornati a galla, e da un lato dovessimo segnare quelli approdati a sentenze sicure, i nomi sarebbero ben pochi. L’uccisione del commissario Calabresi, per l’appunto. Le stragi naziste delle Ardeatine e di Sant’Anna di Stazzema. Il quarto uomo della prigione di Moro. E stop. Dall’altra parte, invece, una folla di tragedie prima dimenticate e poi rispolverate, e poi ancora ripiombate per sempre nel limbo dell’oscurità. Chi abbattè il Dc9 di Ustica? Chi uccise Ilaria Alpi? Chi mise la bomba in piazza Fontana? Chi ammazzò la contessa dell’Olgiata? Chi è Unabomber? Come morì Enrico Mattei, presidente dell’Eni? Chi era, se esisteva, il mandante dei mostri di Firenze? Chi fu l’assassino di Simonetta Cesaroni? E tra un po’ di anni ci si chiederà, inevitabilmente, davanti a un’ombra di Dna spuntata chissà dove: a Garlasco, chi è stato?
La triste storia di Emanuela Orlandi - rispolverata oggi per la centesima volta da un indizio lontano dall’apparire risolutivo - sembra fatta apposta per essere un pezzo di questa industria del retroscena senza data di scadenza: un incrocio di tutto e niente, di servizi segreti, di religione, di banda della Magliana, di fascisti turchi, quasi una antologia dei topos della dietrologia all’italiana. Ingredienti dal fascino irresistibile, per i cultori del genere. E basta frugare in fretta Internet per verificare con quanto zelo schiere di complottologi dilettanti siano in grado di applicare questi schemi interpretativi a qualunque delitto rimasto senza risposta.
Obbligatorietà dell’azione penale, delitti che non si prescrivono mai. Sono questi i canali che di volta in volta costringono a tradurre in inchieste giudiziarie qualunque barlume di verità si affacci in questa nebulosa di misteri. Certo, ci sono diversi approcci. Ci sono magistrati che - è successo di recente, in silenzio, per uno dei nostri cold cases maggiori - scelgono di non iniziare neanche a scavare, tanto è labile la pista. E altri che invece proseguono per mesi e per anni, pur consapevoli di inseguire - ben che vada - più una verità storica che una sentenza di condanna. E su tutto, sul lavoro dei seri come su quello dei cialtroni, sull'opinione pubblica che se ne frega o si spacca per fazioni, l’ombra di un paese prigioniero delle sue ombre e di un passato che non vuole passare.