Al Paese ora non serve Superman

Il centrosinistra e in particolare i discendenti del Partito comunista da decenni trattano la pretesa questione morale come una diversità genetica e dunque una questione razziale. C’è una radice originaria in questa pretesa non priva di una drammatica nobiltà: quando Enrico Berlinguer tentò di abbandonare Lenin e Mosca scegliendo Santa Maria Goretti come punto di riferimento etico, lo fece per costruire in fretta e furia una identità comunista che per essere più lontana da Mosca, si avvicinava a Torquemada e a Savonarola.
Quando l’impero sovietico è crollato, questa identità posticcia si è rafforzata: che ragione avremmo noi post comunisti, se non fossimo la razza ariana dell’etica politica? Ma poiché prima o poi tutti i nodi vengono al pettine ecco che arriva il caso Unipol che non è un caso marziano, ma anzi un episodio che calza a pennello sulla doppia personalità schizofrenica dei successori del Pci: il buon compagno Jekyll che predica e tuona tratteggiando ieri Craxi e oggi Berlusconi come il demonio, nell’oscurità degli scantinati agisce come l'impresentabile compagno Hyde che fa lo stesso sporco lavoro di sempre: tenere in vita con tutti i mezzi, specialmente illeciti, la catena alimentare del partito con riserve che ai tempi dell’Urss venivano dal rublodotto del defunto Pcus sul quale indagava il povero Giovanni Falcone quando fu eliminato; e poi dai contributi in nero delle aziende collegate e di quelle amiche, con incursioni sempre più massicce nella finanza. La storia della Merchant Bank di Palazzo Chigi non l'abbiamo certo inventata noi.
Adesso il re comincia ad apparire ridicolo nella sua nudità perché è ovvio per tutti che Giovanni Consorte non è un qualsiasi privato cittadino imprenditore, ma rappresenta il vertice dell’imprenditoria contigua al partito, per non dire del partito. Così come è ovvio che nessuno al mondo pagherebbe 50 milioni per una sua opinione. Dunque il trucco è visibile, il muro della superiorità morale crolla e crolla davanti a militanti, ed elettori. È questo il primo fatto molto importante che permette ragionevolmente di prevedere che il 9 aprile la coalizione berlusconiana tornerà a convincere la maggioranza degli italiani i quali, peraltro, nemmeno nel 1996 hanno mai concesso il voto popolare alla coalizione guidata da comunisti o post comunisti.
Il secondo motivo è quello che abbiamo appena indicato: Berlusconi vincerà se riconvincerà e rimotiverà i disertori frustrati. E adesso qualche conto: gli elettori complessivi della sinistra sono una costante di circa 12 milioni, mentre quelli del centrodestra variano oscillando fra entusiasmo e assenteismo. Finora era obbligatorio dire che i 12 milioni di sinistra non conoscono mobilità né umori, ma solo disciplina. Ma ecco che proprio questo elemento dello scenario cambia: la costante della sinistra è incrinata da profonda delusione e rabbiosa irritazione perché cade in pezzi quel sistema di effetti speciali su cui si reggeva la falsa superiorità morale. Il crollo provoca fughe e conflittualità in una Unione che dà segni di cedimento proprio mentre la Casa delle Libertà è già al recupero del suo elettorato, che può astenersi ma non passa dall'altra parte.
Il centrodestra dunque può farcela egregiamente ma ci permettiamo di suggerire al Premier di non insistere sul fatto che il suo governo non ha fatto errori perché questa affermazione, vera o parzialmente vera, infastidisce gli italiani che la pensano come lui ma che pagano con lacrime e sangue il prezzo dell’euro e la paura del futuro. La gente secondo noi in questa fase non vuole Superman ma un leader convinto, sì, ma che sappia mettersi con i piedi nelle scarpe dei suoi concittadini bastonati dal quinquennio più feroce del dopoguerra.
p.guzzanti@mclink.it