Il Paese a rischio declino

Non crediamo ci fosse bisogno di guardare nella sfera di cristallo per capire che l’economia italiana stava in questi primi mesi dell’anno rallentando. La produzione industriale, infatti, nel primo trimestre era diminuita dello 0,8% rispetto al trimestre precedente. E mentre gli ordinativi dall’estero correvano ma pur sempre al di sotto del tasso di crescita in volume del commercio mondiale (+9%), la domanda dei consumi registrava un basso profilo. Era fin troppo logico, allora, che con la caduta della produzione industriale e la contestuale debolezza della domanda dei consumi anche la crescita del Pil sarebbe stata prossima allo zero. E così è stato. L'Italia è cresciuta nei primi tre mesi dell'anno solo dello 0,2% a fronte di uno 0,6% di media dei Paesi della zona euro. E le ragioni sono tutte nell'ultima Finanziaria, dall'aumento della pressione fiscale su imprese e famiglie di almeno 1,5% punto di Pil al ritardo della riduzione del cuneo fiscale per finire alla mancanza di stimoli per gli investimenti privati, per la ricerca e l'innovazione e la debolezza degli investimenti pubblici a cominciare dall'alta velocità ferroviaria. Se nei prossimi mesi tutto volgesse per il meglio, potremo arrivare ad un tasso di crescita annuo dell'1,7-1,8, molto meno dei Paesi dell'area euro e un po' meno dello scorso anno. Gli effetti si scaricheranno, ovviamente, anche sui conti pubblici. Non a caso, dopo le dichiarazioni trionfalistiche di alcune settimane fa, Padoa-Schioppa ha lanciato l'allarme. Dai dati di aprile e con le previsioni di maggio e giugno anche nel secondo trimestre, infatti, la produzione industriale dovrebbe avere il segno negativo con tutto quel che ne consegue su crescita e risanamento. Strettamente collegato a questi ultimi resta il nodo della riforma delle pensioni. L'avvio del confronto tra governo e sindacati è partito male con molte parole in libertà. Le questioni più urgenti sono due, l'inadeguatezza delle pensioni minime e di quelle più basse e la crescente difficoltà dei giovani e dei lavoratori precari di costruire un percorso previdenziale certo e soddisfacente. Altro elemento di discussione è l'eliminazione del famoso scalone della riforma Maroni. Le prime due esigenze sono sacrosante, la terza è più discutibile perché si tratta di favorire persone che hanno un posto di lavoro e un reddito sicuro e alle quali è possibile chiedere un sacrificio nell'interesse dei propri figli. L'unica strada per riequilibrare il sistema e farlo diventare un fattore di crescita e di sicurezza generazionale è, infatti, l'elevazione dell'età pensionabile. Se si vuole, anche gradualmente ma con certezza dei tempi e senza quel ridicolo ritornello della volontarietà che ha già dimostrato con il bonus Maroni la sua inutilità. Accanto all'età pensionabile, però, c'è bisogno anche di discutere i coefficienti di trasformazione eventualmente con zone di franchigia per gli stipendi più bassi. Hanno ragione i sindacati quando dicono che già oggi con il sistema contributivo si andrà in pensione tra vent'anni con meno del 50% dell'ultimo stipendio. La risposta a questo problema, però, non è quella di non fare nulla, ma è quella del rafforzamento della previdenza integrativa che stenta a decollare. I sindacati dovrebbero chiedere e il governo accettare la eliminazione del prelievo fiscale sui rendimenti dei fondi pensione, oggi all'11%, in maniera tale da aumentare significativamente il montante dei contributi versati e garantire quindi un aumento sostanzioso delle pensioni integrative. Senza questo ragionevole scambio non si va da nessuna parte. E il Paese finirà per qualità e quantità di crescita e di debito per restare inevitabilmente incatenato al palo di un lento declino.
Geronimo
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