Paese senza marchio

Ringrazio innanzitutto il Direttore per l'ospitalità sul suo giornale e per l'opportunità di iniziare questa collaborazione. Vorrei fare una breve riflessione sull'ennesima occasione persa nel nostro Paese e spero in qualche modo di stimolare un pizzico di sciovinismo italico. Nel dopoguerra la Germania, rasa al suolo dai bombardamenti, aveva solo dei «marchi» al posto delle fabbriche: si chiamavano Porsche, Volkswagen, Opel, Mercedes, Bmw, Audi, etc. etc. Noi ne avevamo altrettanti di prestigio mondiale, e sicuramente eravamo meno «rasi al suolo». I nostri si chiamavano Alfa Romeo, Lancia, Fiat, Autobianchi, Ferrari, Lamborghini, De Tomaso, Formula Italia etc.
In entrambi i Paesi si pensò che, costruendo infrastrutture, ponti, strade, gallerie, oltre a facilitare le comunicazioni e gli investimenti stranieri, si sarebbero stimolati gli imprenditori italiani a far viaggiare sulle strade questi marchi, queste auto, innescando un meccanismo virtuoso che avrebbe fatto crescere aziende, favorito il lavoro e diffuso un certo benessere tra i cittadini.
Voglio sorvolare sul fatto che poi il traffico commerciale sia stato fatto girare su gomma invece che su rotaie, perché questa scelta imbecille e fatta per aiutare una sola azienda, ha provocato dei grandi danni: ci si tornerà magari in altre sedi. Ma vorrei far notare come, mezzo secolo dopo e con strategie intelligenti legate a qualità del prodotto, meritocrazia, scelta di manager capaci e patti meno scellerati con Stato e sindacati, la Germania abbia imposto al mondo il suo prodotto: sulle strade si guida tedesco e questi «marchi» oggi sono quasi tutti una garanzia di qualità.
Ora facciamo un salto in avanti nel tempo. Siamo nel 2006 e le «strade della comunicazione» (internet, videofonini, satelliti, digitale terrestre, etc.) sono la nuova scommessa. Avremmo potuto pensarci prima, visto che dei saggi meravigliosi come Lo shock del futuro o La terza onda di Alvin e Heidi Toffler avevano già dato un quadro dettagliato della realtà attuale con largo anticipo, ma dubito che molti degli attuali manager della comunicazione abbiano mai sentito parlare di questi autori. Per vincere questa scommessa bisogna far dunque sì che i contenuti (veicoli) di queste strade vengano prodotti localmente, ma per far questo bisogna pensare anche a prodotti esportabili per ovvie ragioni di rapporto costo-investimento. Nessuno ovviamente ha la bacchetta magica per costruire film, fiction e programmi di infotainment o di edutainment di sicuro successo ma in tutto in mondo esiste una logica ed è quella della professionalità nel proprio campo specifico.
Solo da noi vale un'altra regola: si cerca un utile idiota, servo, se ricattabile meglio ancora, lo si fa eleggere alla Camera o al Senato (dove inizierà a fare i suoi primi piccoli disastri), dopodiché lo si destina a ricoprire ruoli di peso in enti pubblici (dove persevererà nei suoi danni da incompetente) e a questo punto, perché negargli la direzione di qualche grande network televisivo? (i danni oramai saranno del tutto fuori controllo, ma tant'è... paga Pantalone). Costui finirà sicuramente presidente di qualche fondazione bipartisan e verso la fine della carriera pubblicherà senza meno un libro che verrà pluripremiato.
Con una logica imprenditoriale di questo tipo difficilmente potremo far sì che i nostri prodotti siano competitivi all'estero: come l'auto italiana si è inabissata, si inabisseranno anche i riferimenti culturali legati al nostro immaginario collettivo. Su queste strade della comunicazione transiteranno solo prodotti stranieri con la conseguente totale colonizzazione della nostra fantasia e dei nostri valori. Ho la fortuna (peraltro mi sono creato da solo), di parlare altre lingue oltre all'italiano e di aver viaggiato in tutto il mondo. Ovunque vada, dagli Usa al Brasile, dall'Africa al Nord Europa, incontro italiani di successo in tutti i campi, stimati e rispettati, non legati a vecchi retaggi sessantottini e alla cultura del piagnisteo, perfettamente inseriti nelle comunità in cui vivono grazie al rispetto di regole di banale stampo vittoriano: «Support the convention because the convention will support you» che si potrebbe tradurre con una semplice «sostieni le regole sociali perché queste ti sosterranno». Ma vivono in sistemi meritocratici in cui la politica è al servizio dei cittadini e non viceversa, in cui la volgarità e l'arroganza di chi si avvicina alle stanze del potere sono arginate da regole ferree. Qualcuno ha scritto che la ricreazione è finita ma questo cambiamento morale ed etico, questa fine di una certa disinvoltura politica, in Italia non la vedo. La destra ha perso una grande occasione, la sinistra è tornata ai vecchi giochetti (il caso più eclatante l'orrenda ingerenza sulla Telecom del Dott. Tronchetti).
Vorrei finire raccontando un piccolo aneddoto. L'altro giorno ho incontrato una coppia di filippini, vivono in Italia da 25 anni, erano dovuti scappare dal loro Paese perché avevano bisogno di mangiare. Lui era ingegnere, lei aveva il diploma di insegnante delle superiori. Per far crescere e studiare i loro figli, hanno fatto i camerieri tutta la vita in Italia, lavorando anche da me per un paio d'anni. Mi sono venuti a salutare perché stavano partendo per il Canada. Vista la loro età avanzata, mi sono chiesto come mai questa nuova emigrazione verso un altro Paese. La risposta mi ha ferito come una coltellata: «Per noi la vita è quasi finita, il destino ha voluto che invece di fare quello che sognavamo, abbiamo dovuto fare i camerieri per permettere ai nostri figli di sopravvivere, ma ora che sono entrambi all'università, non possiamo sopportare di vedere l'assoluta assenza di principi meritocratici e la discriminazione nei confronti di due italiani a tutti gli effetti. A dispetto dei tratti somatici, infatti, sono nati in questo Paese che li emarginerà per sempre. Le vostre università sono scarsamente efficaci e soprattutto l'inserimento nel lavoro è drammatico. Preferiamo finire la nostra vita facendo gli uscieri in Canada ma consentire ai nostri figli di condurre una nuova esistenza in un Paese in cui non deve succedere come è già successo in Italia che un nostro connazionale sia stato ucciso e non sia ancora stata fatta giustizia».
Questo Paese mi sta molto a cuore, questa povera Italia così giovane e fragile ma ricca di talento e intelligenza ha bisogno solo di una nuova e rinnovata classe politica che investa sulle risorse culturali e scientifiche senza velleitarismi autoreferenziali di stampo elettorale ma con investimenti a lungo termine e scelte magari impopolari ma immediate e utili per il futuro. Chi avrà voglia di fondare un nuovo partito politico che raccolga il nuovo pensiero laico meritocratico e dinamico?