UN PAESE SENZA PIÙ ARGINI

Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero esulta perché il governo Prodi «sta scardinando», con le sue sanatorie e con le nuove norme riguardanti i ricongiungimenti familiari, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Capiamo il suo giubilo di rifondatore del comunismo, che per ora s’accontenta d’affondare norme a suo tempo dettate, a nostro avviso, dal buon senso. La festosità di Ferrero ci preoccupa, come ogni suo atto e detto, ma ancor più ci preoccupa che il «tutti in casa nostra» abbia trovato il consenso dell’intero governo e in particolare di ministri - a cominciare dal titolare dell’Interno Giuliano Amato - che non abbiamo mai iscritto tra i girotondini scriteriati.
Nessuno vuole suscitare allarmi gratuiti. Ci rendiamo conto dell’apporto che i buoni lavoratori extracomunitari danno all’economia italiana. Apprezziamo la capacità d’integrazione che molti tra loro dimostrano. Ma qui ci troviamo di fronte alla prospettiva d’un afflusso massiccio che può portare nel nostro Paese, in condizioni di dolorosa precarietà, nonni, zii, figli, nipoti: e magari, nel caos documentale di Stati remoti, falsi nonni, falsi zii, falsi figli, falsi nipoti. Il ragionevole criterio secondo cui l’Italia poteva accogliere uomini e donne per i quali esistesse una possibilità concreta di occupazione viene cancellato in favore d’un criterio ideologicamente motivato: in base al quale è doveroso lasciare entrare i disperati laceri che biechi trafficanti di esseri umani scaricano sulle coste, gli apprendisti malviventi che, già legati a organizzazioni criminali, spacceranno droga e proteggeranno prostitute. Anche costoro chiedono - come parenti di qualcuno - d’essere ricongiunti a chi si trova in Italia. Potrà ricongiungersi, e questo è il colmo, perfino chi è stato precedentemente espulso.
Il predecessore di Amato al Viminale, Giuseppe Pisanu, che non è un bieco reazionario, deplora questa demolizione «degli argini che avevamo faticosamente costruito» e rileva che l’esecutivo di Prodi è in controtendenza rispetto alla Francia e al Regno Unito (perfino, aggiungo, rispetto alla Spagna di Zapatero). Poi, di fronte all’assedio extracomunitario, lo stesso Amato invoca l’aiuto dell’Europa. Giusto chiederlo, l’aiuto, questo dell’immigrazione è un problema di dimensioni planetarie. Ma bisogna sapersi aiutare anche da soli, e non lo si fa di sicuro con misure dettate dal quel buonismo parolaio di sinistra che ha sempre prodotto disordine. Dove si trovano a completo loro agio i malavitosi, esperti più d’un avvocato patrocinante in Cassazione nello sfruttare i pertugi delle leggi, e dove intristiscono i galantuomini, immigrati e italiani.
Oltretutto le porte d’Italia sono spalancate da Prodi e Amato nel momento in cui un episodio - uno dei tanti inquietanti episodi che avviliscono il cosiddetto bel Paese - ci dice quale sia il degrado dei ghetti d’immigrati, ci dice quanto grandi siano la protervia e la violenza delle bande etniche extracomunitarie nella civilissima Padova. Nigeriani e maghrebini si sono affrontati in una vera e propria guerriglia urbana, la gente di un quartiere è terrorizzata da questi violenti, gli interventi della polizia sono sporadici e non risolutivi, alla radice del male c’è anche la scarsa attenzione con cui le autorità hanno a lungo valutato la minaccia di questi addensamenti di immigrati poco raccomandabili. Non mancherà - come non è mancato a Parigi dopo lo scatenarsi delle banlieues - chi giustificherà con le solite nobili e vacue formule sociali la «rabbia» degli extracomunitari. Alla «rabbia» delle vittime d’un assedio malavitoso - inclusi gli immigrati onesti - si pensa poco, meno di chiunque altro ci pensa il ministro Ferrero. L’importante, si sa, è ricongiungere. Poi si vedrà.