Un paese in stato d’assedio: «Garlasco ora è come Cogne»

da Garlasco (Pavia)

Un paese sotto assedio, stufo delle telecamere. Ora, accanto all’inquietudine di sapere che c’è un assassino in giro per Garlasco, nell’animo degli abitanti cresce anche un nuovo sentimento: l’insofferenza per i giornalisti che da nove giorni circolano nelle strade e nelle piazze della cittadina a metà strada tra Vigevano e Pavia, a caccia di indiscrezioni e scoop.
«Ormai non si può più nemmeno parlare, siete dappertutto - ha affermato Barbara, cameriera al Bar Blu sul corso Cavour -. Ho sempre paura che qualcuno stia registrando. Finché queste storie si vedono in tv sembra che succedano altrove, adesso Cogne è qui». Terra di laboriosi, di taciturni per natura, Garlasco tenta di scrollarsi di dosso la luce nera che l’avvolge dal giorno del delitto. Nessuno vuole parlare alla Croce Garlaschese. Nella sede dell’ente dove presta volontariato Stefania Cappa, una delle due cugine della vittima, è stato affisso un cartello: «Non si rilasciano interviste ai giornalisti, grazie per la collaborazione». Dopo la notizia che nel cantiere lì accanto era stata rubata una mazzetta da carpentiere, «oggi non si riusciva nemmeno a uscire né a lavorare - dice una volontaria -, questo è un vero assedio».
E c’è chi ci è andato giù pesante: «Giornalisti terroristi». La scritta, a caratteri rossi, era su un foglio, apparso questa mattina per qualche minuto appiccicato su un cassonetto accanto alla villetta del fidanzato, Alberto Stasi, per ora l’unico indagato. Poi il foglio è stato fatto sparire. Ma il terrore resta. Il timore è che Garlasco venga dipinto come un luogo tetro e pericoloso. Paura che il delitto possa macchiare il buon nome della città e dell’intera provincia, rinomata finora per l’eccellenza dell’università, per la cultura per i suoi vigneti. «Con tutte queste telecamere sembra di stare a Palermo», commenta in un bar, Mario, 48 anni, e chiude in tono spiccio: «Per favore, mi lasci stare».
Chi parla da esperto sul circo mediatico è Pierangela Fiorani: «L’unica analogia con Cogne - dice il direttore de La Provincia Pavese - è che anche qui sembra essere messa da parte la vittima, Chiara, che diventa un pretesto per rivivere un telefilm nella realtà. Credo che il nostro compito sia di riportare al centro il dolore per la morte della ragazza, una ragazza che potrebbe essere figlia di ciascuno di noi».