Un Paese

Nei giorni in cui l'estate incipiente non cancella le angosce per un possibile attentato terroristico anche in Italia, si fa un gran parlare del rapporto tra le nostre libertà e la nostra sicurezza. E sembra che molti sarebbero disposti a sacrificare un poco della propria libertà, se solo ciò servisse a garantire maggiore sicurezza. È un ragionamento sensato, ma un po' astratto. Se si scende sul terreno concreto, le cose si complicano. Chiediamoci ad esempio, quanti, tra quei molti, sarebbero disposti a lasciare che le proprie conversazioni telefoniche, o le proprie e-mail, siano ascoltate, scrutate, indagate e valutate da un «grande fratello» nascosto, pronto a cercarvi il segno di qualche possibile reato. E, viste le vicende di questi giorni, chiediamoci anzi quale sensazione di profonda umiliazione - di vera e propria violenza - possa provare colui che si accorge di essere stato ascoltato o spiato in una sua conversazione privata, e vede le sue parole «messe in piazza», esposte alla vorace curiosità del pubblico.
Con le libertà, in fondo, accade così: non ci rendiamo conto di averle fino a quando non rischiamo di perderle.
La nostra libertà di comunicare riservatamente con altri, in tutte le forme e con tutti i mezzi che la tecnologia consente, è caratteristica della civiltà liberale. Legata al concetto anglosassone di privacy, essa a ben vedere non riguarda soltanto il contenuto delle nostre comunicazioni, ma dovrebbe spingersi fino a rendere riservato lo stesso fatto che noi si sia stati in comunicazione con qualcuno. Ma nei tempi agitati in cui viviamo, questo è forse chiedere troppo, ormai. Mezzi tecnici sempre più raffinati, ma anche forme di controllo sempre più diffuse e talvolta necessarie, mettono a rischio questa libertà. La nostra Costituzione, per parte sua, la definisce inviolabile, e prevede che la sua limitazione possa avvenire solo tramite atto motivato della magistratura, con le garanzie previste dalla legge. Ma evidentemente codici e leggi non bastano: non sarà un caso se siamo stati costretti a istituire un «garante» di questa privacy minacciata, e non sarà un caso se proprio quel Garante segue preoccupato le vicende di questi giorni.
Si accavallano in effetti notizie che allarmano: intercettazioni telefoniche di autorità e di privati cittadini, fors'anche di parlamentari (in spregio alla Costituzione), che dalle procure filtrano sulla stampa, e oltre a violentare la riservatezza dei protagonisti pongono problemi istituzionali non da poco, oppure incidono pesantemente su vicende economico-finanziarie delicatissime. Ne esce l'immagine, certo caricaturale ma inquietante, di un Paese di spioni e di spiati, in cui un infortunio telefonico, amplificato a dovere dalla stampa (che del resto fa il suo mestiere ed è anch'essa protetta da fondamentali libertà costituzionali!), rischia di decidere carriere, di influenzare equilibri bancari, di incrinare rapporti tra poteri dello Stato.
Come si diceva, la magistratura è depositaria, in base al dettato costituzionale, di un potere delicatissimo, proprio perché ad essa è affidata la possibilità di incidere sulla libertà e sulla segretezza delle nostre comunicazioni. Le regole legislative che presiedono alla limitazione della libertà di comunicazione sono complesse, ma i giudici ne sono, per così dire, gli interpreti e i padroni: da loro e dall'uso che loro fanno di quelle regole, dipende l'estensione o, al contrario, la contrazione dei nostri spazi di libertà. Inoltre, la mera legalità formale non sempre copre quelli che, nella sostanza, potrebbero risultare degli abusi. Si è saputo ieri che il Consiglio superiore della Magistratura, su richiesta dello stesso Capo dello Stato, si occuperà della vicenda delle intercettazioni. È una notizia dal doppio significato: c'è da rallegrarsene, perché è un segno di notevole sensibilità istituzionale; ma c'è anche da preoccuparsene, perché forse è altresì il segno che qualcosa, nei meccanismi normativi relativi alle intercettazioni, o nell'uso che ne è stato fatto, non ha funzionato a dovere.
Ecco, almeno questo vorremmo sapere: se tutto si è svolto secondo le regole. Ci sarebbe davvero di conforto il saperlo, quando, guardando preoccupati il nostro cellulare, ci chiederemo quanto di quel che comunichiamo ad altri resta davvero riservato.