Paga l’immortalità 3.725 dollari l’anno «Cavaliere, compri il frigo che iberna»

Fedele a se stesso tranne che nel cognome, l’avvocato Vitto Claut, chiodo, in friulano, 103 chili dichiarati, attende di perfezionare il suo record – quello di unico italiano candidato all’immortalità – standosene all’interno d’un container di vetro lungo 4 metri e largo 2, dove si suda più degli ippopotami e manca l’aria. Quando morirà, perché anche lui dovrà morire come tutti, lo metteranno nudo a testa in giù dentro un’autoclave simile ai serbatoi inox per il vino che si vedono nelle cantine, «un barilot» lo definisce per l’appunto, e aspetterà a 196 gradi sotto zero la resurrezione della tanta carne, ovvero spererà che i medici del futuro scoprano il rimedio alle cause del decesso, lo scongelino e lo riportino in vita per mezzo di una nuova terapia o di un trapianto.
A tal scopo, Claut, originario di Montereale Valcellina (Pordenone), 58 anni il prossimo novembre, ha stipulato un regolare contratto con la statunitense Alcor life extension foundation, leader mondiale della surgelazione criogenica, che ha sede a Scottsdale. È lì che finirà ibernato a dispetto dei 40 gradi esterni, temperatura media d’agosto in Arizona. In questo sogno più degno di Capitan Findus che di Dorian Gray ha già investito 14.900 dollari, e altri 3.725 ne spenderà ogni anno per il resto dei suoi giorni.
Il cubicolo trasparente è un ottimo antidoto alla claustrofobia. Nell’ufficio-sauna di Udine l’avvocato riceve, solo di venerdì, i comuni mortali, cioè la clientela di ceto basso che vuole intentare cause per risarcimenti di danni dovuti a malasanità o a smarrimenti di valigie negli aeroporti. L’assistenza legale viene fornita previa iscrizione al Codacons, il coordinamento per i diritti dei consumatori che Claut ha fondato nel 1986 col collega Carlo Rienzi e di cui è presidente regionale. Dentro il box, piazzato strategicamente sotto una della scale mobili del centro commerciale Città Fiera, si boccheggia ma in compenso ci si gode lo spettacolo della vita, soprattutto d’estate: «Qualche bel paio di gambe lo vedo», confessa l’imperituro.
I clienti importanti frequentano invece lo studio di Pordenone, in viale Martelli. Qui lo scorso 29 giugno, preceduto da un corteo di limousine, è giunto sua maestà Osagyefuo Nana Amoatia Ofori Panin II, «il re del Ghana» secondo Claut, in realtà un ex broker assicurativo cresciuto negli Usa e tornato in patria nel 1999 per essere proclamato sovrano dell’Akyem Abuakwa, regione fra Ghana e Costa d’Avorio. Il capo del popolo Akan, che comprende gli Ashanti e altri sei gruppi etnici, era seguito da un codazzo di 42 dignitari nei loro costumi tribali. Voleva conoscere l’uomo che aveva brillantemente assistito suo nipote, immigrato in Friuli, nel procedimento giudiziario scaturito dal contratto d’affitto di una casa. «“Mi sembra di stare nel film Il principe cerca moglie con Eddie Murphy”, cinguettava Tiziana, la mia segretaria».
Domani Claut ha in programma di volare ad Accra, dove sua altezza lo ha convocato d’urgenza per certi affari. Come invitare un’oca a bere: l’avvocato, esperto in adozioni internazionali, ha già visitato 160 Paesi e parla inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo. Anche se a metà pomeriggio comincia a smoccolare al telefono in friulano purissimo: l’ambasciata del Ghana a Roma non gli ha rilasciato il visto d’ingresso. Cose che capitano, quando si è chiamati a corte da un re che vive in una repubblica presidenziale.
Perché vuol farsi surgelare?
«C’entra Antonio Di Pietro. Nel 2001 ero candidato al Senato con l’Italia dei valori. I giornalisti mi hanno chiesto quale fosse il mio desiderio più grande. Vivere 300 anni, ho risposto. Da quel momento ho cercato il modo di mettere in pratica il mio proposito. La soluzione l’ho trovata in Non uccidere, un libro di Fabrizio Del Noce che parlava della Alcor».
Ma senti.
«Nel 2004 sono andato per due settimane a Scottsdale, mezz’ora di auto da Phoenix, e mi sono fatto spiegare ben bene la tecnica di crioconservazione. Per il momento si sono iscritti in 820, quasi tutti americani. Dall’Italia solo io».
Con chi ha parlato?
«Con Jennifer Chapman. Una tipa molto fredda».
Comprensibile.
«Non muove mai le mani, sempre impettita».
Mi spieghi come funziona.
«Entro due minuti dal decesso un macchinario ti congela la testa a meno 90 gradi. Entro sei ore fanno lo stesso col resto del corpo. Poi ti mettono nell’azoto liquido a meno 196. Parliamoci chiaro: è una tecnica pensata per i malati di cancro. Arrivati allo stadio terminale, vanno a morire lì».
Deve farsi venire un tumore?
«Sto cercando un Berlusconi che tiri fuori tre milioni di euro per aprire un centro simile anche in Italia. Il calcolo dei costi lo ha fatto a spanne un mio amico architetto, Marco Sartini. Lo costruiamo dove decide il donatore».
Sarebbe illegale.
«Eh, lo so, la legge italiana prevede un periodo d’osservazione di sei ore ai fini dell’accertamento di morte. Ma io me ne infischio, sono disposto a dare battaglia contro tutti: Stato, Chiesa, Regioni, Asl».
Qual è la quota d’iscrizione?
«Ogni anno la Alcor chiede 125 dollari. Ma bisogna sottoscrivere un contratto di 50 pagine con cui ci s’impegna a corrispondere 3.600 dollari annui a una società d’assicurazioni americana, perché la procedura ha un costo di 175.000 dollari. Se vivo fino a 102 anni, la compagnia ci perde perché deve pagare alla Alcor la mia ibernazione. Se muoio prima per infarto o incidente, ci guadagna».
Le hanno mostrato qualche surgelato?
«Solo uno, ovviamente dall’esterno. In quel momento erano 71 le salme criopreservate. Oggi sono 76».
Che garanzie offrono di scongelarla?
«Nessuna».
Ma l’obbligo contrattuale qual è? Intervenire sul socio quando avranno trovato il rimedio alla patologia che lo ha ucciso?
«Esatto».
Se muore del morbo di Alzheimer avrà bisogno di una nuova testa.
«Mia madre dice che ne avrei bisogno già adesso».
Non ha tutti i torti.
«Alla Alcor ho visto dieci teste tagliate. Quattro appartenevano a scienziati, una a un senatore, le altre non so. Defunti che s’accontentano di tornare a vivere in un qualsiasi altro corpo non appena sarà possibile il trapianto di cervello».
Il professor Paolo Rebulla, che dirige la Biobanca italiana degli embrioni congelati, mi ha spiegato che nel passaggio dallo stato liquido a quello solido intervengono fenomeni chimici e fisici che rovinano la struttura degli organi.
«Ma la scienza sta facendo passi da gigante. Danni considerati irreparabili oggi potrebbero non esserlo più fra 200 anni. D’altronde se lei non compra il biglietto non vincerà mai la lotteria».
Sua moglie che cosa pensa dell’ibernazione?
«Non sono sposato e non ho figli».
Per scelta?
«Nessuna donna mi vuole. Si vede che sono brutto e antipatico. Sono stato anche per quattro anni presidente nazionale dell’Anis, l’associazione che si occupa dei diritti dei single. Poi ho passato la mano a uno psicologo che l’ha fatta fallire».
Chi la vestirà nel giorno del risveglio?
«L’infermiera di turno, mi auguro».
Di che vivrà una volta scongelato?
«Di pillole».
Che lavoro farà, intendevo.
«La laurea in legge non m’interessa. Se ci saranno ancora i ristoranti, farò il cameriere. O l’accompagnatore turistico, come quando ero all’università e mi mantenevo portando i gruppi, per 300.000 lire a settimana, in Israele, Siria, Urss, India, Kenya, Marocco, Stati Uniti».
Come si chiamerà?
«Mi tengo il nome che ho, Vitto».
Nome inusuale.
«Fu mio zio prete, don Antonio Cuccarollo, a chiedere ai miei di mettermelo. Era parroco a San Vito al Tagliamento. L’applicato dell’anagrafe capì male e ci aggiunse una “t”».
Magari sarà un mondo che non le piace per nulla.
«Ci penserò allora. Mi sono già prefigurato di rinascere in un ambiente ormai brullo. Fa niente. Vorrà dire che passerò i weekend su Marte. Un amico mi ha già acquistato mille metri quadrati sul pianeta rosso attraverso una società tedesca che li vende in Internet. Ho speso appena 50 euro».
E se la Alcor fallisce?
«Un’associazione non può fallire».
L’ha detto lei che l’associazione dei single è fallita.
«Vabbè, significa che avrò riposto male le mie speranze. Ma non cambio idea per questo».
Nel frattempo potrebbe anche essere finito il mondo, non li legge i giornali?
«Se sarà finito per tutti, mal comune mezzo gaudio».
Il surriscaldamento del pianeta e lo scioglimento dei ghiacciai non la preoccupano?
«Moltissimo. Ho appena presentato una denuncia al procuratore della Repubblica di Pordenone, Luigi Delpino, per chiedere indagini sulle scie chimiche».
Sarebbero?
«Le sostanze nebulizzate nel cielo dagli aerei militari della base americana di Aviano. A differenza delle scie fumogene prodotte dal normale traffico aereo, queste non si dissipano in pochi minuti e contengono una concentrazione abnorme di alluminio, bario e stronzio».
Lo stronzio c’entra sempre.
«Sono metalli, non metalloidi. Non si distruggono. Provocano il cancro alla gola e al colon, patologie che da queste parti hanno un’alta incidenza. Mio padre era tecnico del faro all’Aviano air base ed è morto di tumore alla prostata».
Gli amici che dicono della sua scelta?
«Il 95% sono convinti, come mia madre, che io sia matto. Il 5% mi considerano un genio per le mie trovate. Ho appena individuato il centro fisico del Friuli Venezia Giulia. Si trova vicino a San Daniele. Il sindaco mi ha già autorizzato a posarvi una stele alta sei metri. Costerà 45.000 euro e avrà quattro facce: sulla prima faccia, stelle alpine e marine; sulla seconda, le cose peggiori, dal terremoto al Vajont; sulla terza, la nostra storia, dall’invasione degli Unni a quella dei Turchi; sulla quarta, una lavatrice Zanussi che esce dallo stabilimento di Pordenone, una sedia di Manzano e il prosciutto crudo».
Da palazzo di giustizia nessun commento?
«I magistrati mi chiedono: “E allora, quando si iberna, avvocato?”».
Premurosi. E lei chi ibernerebbe? Francesco Saverio Borrelli o Clementina Forleo?
«La Forleo, non ci piove. La stimo molto. Vorrei ritrovarla efficiente fra 300 anni».
In altri tempi avrebbe risposto: «Di Pietro».
«Mi ha un po’ deluso. Preferisco non parlarne. L’ho ibernato nella mia testa».
In attesa della terapia adatta.
«Mah, non so. Ci vorrebbe qualche iniezione...».
Adesso per chi vota?
«Per i Ds».
La criopreservazione non mi sembra molto democratica: può permettersela solo chi ha tanti soldi.
«Guardi che 3.725 dollari l’anno sono poco più di 2.700 euro. Chi non ha 225 euro al mese da spendere?».
Sta scherzando? È il 50% della minima che l’Inps eroga a più della metà dei pensionati.
«Una cena in due in un buon ristorante non costa sui 200 euro?».
Già sono complicate le spartizioni per le eredità. Per i morti «sospesi» servirà un nuovo diritto di successione.
«No, no. La morte è dichiarata. Chi resta, eredita. Il corpo diventa res derelicta, res nullius».
Se la metodica è così sicura, perché s’è iscritto un solo italiano?
«Lo chieda a se stesso: che cosa la spinge a non farlo?».
Forse perché gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti di fatica e dolore, come recita il salmista?
«Per me neanche 300 bastano».
Ha provato a parlarne con Andreotti?
«È già eterno di suo».
Peccato che lei sia di sinistra. Forse Berlusconi poteva essere interessato al suo freezer.
«Per avere il dono dell’immortalità il Cavaliere tratta anche con Caruso. Se potessi parlarci...».
Che politico preserverebbe dal disfacimento?
«Franco Marini, il presidente del Senato. Serio, capace. È degno di sopravvivere a se stesso».
Lei chi vorrebbe rincontrare fra 300 anni?
«Le persone che ho amato. Mia madre su tutte».
Che cosa sa della morte?
«A 20 anni ho avuto un incidente stradale davanti all’ospedale di Maniago. Un’auto ha invaso la mia corsia. Ho perso i sensi. Mi hanno tirato fuori con la fiamma ossidrica i vigili del fuoco: la testa rotta, il naso spaccato, la gamba sinistra spezzata in quattro. Mi considero un sopravvissuto. Ho ancora le braccia, cammino. Da allora mi sono ripromesso di vivere intensamente gli anni che mi restano. A Brazzaville, in Congo, c’è un istituto che porta il mio nome e ospita 220 sordomuti dai 2 ai 10 anni».
Si reca spesso in cimitero?
«Non ci sono più andato da quando ho seppellito mio padre, 13 anni fa, né ci andrò più. Non c’è niente dopo».
Eppure ha fede in una macchina che la farà risorgere.
«La macchina è concreta, la fede no. Dovrei aver fiducia in Gesù Cristo?».
Non so, mi dica lei.
«Sono agnostico. Da bambino ero chierichetto, servivo messa a mio zio prete. Un giorno ho inciampato nella sottana e sono caduto per terra. Anziché tirarmi su e controllare se m’ero fatto male, lo zio mi ha rifilato un calcio e s’è preoccupato dell’ammaccatura sul bordo del messale che mi era scivolato di mano. Da allora non ho più messo piede in una chiesa».
Perché nasciamo?
«Per imparare. E per abbellire il mondo».
Perché moriamo?
«Moriamo perché non abbiamo nient’altro da dare. Se avessimo qualcosa da dare, resteremmo ben oltre il tempo concessoci dal destino».
(389. Continua)
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