Per pagare gli usurai finisce sul marciapiede

Tra le mani Claudia tiene un foglietto stropicciato, sopra i quadretti, la somma dei soldi che deve al panettiere. «Continua a farmi credito: ma a forza di un euro, ora gliene devo quasi 300. Come posso fare?».
Voleva sistemare il pavimento di casa sua Claudia, ma per farlo, ha chiesto aiuto alla persona sbagliata. L'amico di un amico, che forse tale non era. Questo l'accordo: «Io gli firmavo un assegno di 3mila e 500 euro che lui non avrebbe depositato ma tenuto solo come garanzia per un prestito di 2mila euro». Parola data, promessa non mantenuta. Calogero Sansone quell'assegno l'ha depositato subito in banca, poi le ha offerto altri soldi per far fronte alla richiesta dell'istituto di credito e così Claudia è entrata in un circolo vizioso, che ha un nome ben preciso: usura. Una prigionia che nella sola Lombardia mette in ginocchio 5mila commercianti, per un giro d'affari che in tutta Italia raggiunge i 17 miliardi l'anno. Minacce, violenze, sempre più giù fino a coinvolgere la madre anziana e la figlia di 23 anni, madre di una bimba di tre. «Sono arrivata a rubare i soldi dal salvadanaio di mia nipote», racconta Claudia, trattenendo a stento le lacrime. Poi le lacrime iniziano a scendere mentre i suoi occhi restano fissi nel vuoto: «Sono arrivata anche a prostituirmi, avevo troppa fame». La prima volta è stato lo stesso Sansone ad introdurla «nel giro», poi ha cominciato a frequentare i marciapiedi di Milano, «ma solo quando i crampi della fame mi provocavano dolori lancinanti».
Di tre anni fa la scelta definitiva: «Ho chiamato il numero verde del Comune e grazie all'aiuto dell'associazione anti usura S.O.S Italia Libera ho denunciato il mio strozzino». Dopo di lei, altre 50 vittime, per lo più imprenditori della provincia di Varese. Oggi Sansone è agli arresti domiciliari e uno dei processi è già terminato con un'accusa di estorsione. Claudia però è rimasta sola. «La legge 44 del 1999 - spiega il suo avvocato Guido Cesarani - prevede che solo gli imprenditori vittime di usura possano accedere al fondo anti racket». Il paradosso: «Lei che è stata la prima a trovare il coraggio di denunciarlo, è casalinga, quindi non ne ha diritto». Oggi Claudia fa le pulizie in una clinica che le rinnova il contratto di settimana in settimana. «Non ce la faccio più - ammette -. Ho già tentato una volta il suicidio e se le cose non cambiano lo farò di nuovo». Si sente abbandonata dallo Stato e chiede solo un po' di fiducia al sindaco Moratti e a tutte le banche: «Mi basterebbero 100mila euro e sono certa che se avessi un lavoro stabile, ce la potrei fare, con le mie forze».