Pagliai al Leonardo, un Faust diverso

Il giovane Andrea Liberovici reinterpreta «Urfaust», la versione rinnegata da Goethe

Valentina Fontana

Quando un attore come Ugo Pagliai racconta come il teatro gli dia sempre la possibilità di non anestetizzare il suo io interiore, come riesca a farlo sentire vivo per il sol fatto di trasmettere un'emozione, la sua nuova interpretazione del Faust suscita subito una certa curiosità.
Del personaggio che ha stregato Goethe, proprio perché nella sua insofferenza dei limiti della coscienza e nel suo tentativo di superarli viene fuori «il più nobile delle aspirazioni dell'uomo», Pagliai interpreta quel primigenio Faust, l'Urfaust, la prima stesura, poi fortemente rifiutata dall'autore, del suo più grande poema drammatico.
Sul palco del Teatro Leonardo, Pagliai interpreta stranamente il doppio Faust, «il vecchio che sa tutto e non è felice, stanco e insofferente degli studi, della filosofia e della teologia - dice l'attore - e il nuovo e giovane Faust, solitamente recitato da un altro attore, che scende a patti con Mefistofele per assaporare la vita vasta e senza fine, il mondo impalpabile della passione. Nessun lifting teatrale dunque perché quello che interessa raccontare è soprattutto la storia di un uomo di mezza età che scopre la giovinezza dell'anima attraverso lo specchio di Mefistofele, suo alter ego, dal quale emergono zone di sé che non aveva mai incontrato».
Ma non solo, il nuovo tocco di regia del giovane Andrea Liberovici, pur recuperando dal Faust le due citazioni fondamentali del confronto tra cielo e inferno e della vendita dell'anima attraverso il patto di sangue fra Faust e Mefistofele, rimane fedele al «mancante» Urfaust proprio per la frammentarietà del testo, sperimentando un percorso di traduzione dal romanticismo tedesco alla sensibilità del presente grazie soprattutto all'utilizzo di elementi scenografici dal forte valore espressivo.
L'inferno diventa così un teatrino di marionette, moltiplicate, ingrandite e deformate nei video che vengono proiettati su due schermi impalpabili che delimitano lo spazio scenico.
«Da questo tocco di regia innovativo, multimediale, ecco una scena popolata da drammatiche marionette - continua Pagliai -. Grandi marionette come il ricordo di Goethe, che vide per la prima volta il Faust rappresentato dal teatro delle marionette, una platea di marionette a evocare il diverso pubblico dei suoi tempi». Così nuovi personaggi della tradizione incombono sul protagonista che stringe un patto con il diavolo, su Mefistofele, su Margherita, la ragazzina di quattordici anni corrotta e portata all'infanticidio, su Marta, interpretata da Paola Gassman, che lungo tutto questo percorso di conoscenza, questo viaggio di Faust e del suo doppio, rappresenta in qualche modo il senso comune, l'apparenza ipocrita del popolo, il senso della realtà, l'altro, la vita nella sua concretezza di fronte alla ricerca di un'impossibile innocenza perduta.
L'invadenza della contem-poraneità, l'immagine multimediale cercata dal regista non sconvolge la recitazione classica di Pagliai, «invece di lottare contro l'immagine - precisa l'attore - ho cercato di abbracciarla e dialogare con lei, evitando un'interpretazione ammiccante e senza far filtrare la sofferenza del protagonista per trasmettere l'emozione del travaglio di un uomo».